La diffusione delle nuove varianti del SARS-CoV-2 entra a gamba tesa in una già complessa fase del contenimento dell’epidemia. Il ritmo delle vaccinazioni è indubbiamente lento e insoddisfacente ma, va ricordato, questo non è un problema italiano. L’Italia procede allo stesso ritmo di tutti gli altri paesi europei, a dimostrazione che i ritardi nell’offrire la copertura vaccinale non dipendono da una nostra peculiare disorganizzazione ma da un enorme problema dell’Europa: non avere il controllo della produzione e fornitura dei vaccini. Essere attori protagonisti nel campo della ricerca e sviluppo e poter produrre in Europa (e in Italia) è importante, e questa dura lezione che stiamo ricevendo va imparata molto bene per il futuro, nell’ambito dei vaccini e non solo.
La discussione però si è adesso accesa intorno ai possibili scenari che queste varianti ci costringono a disegnare. E, ancora una volta, la confusione regna sovrana, a tutti i livelli.
La variante B1.1.7 (per la prima volta osservata in Inghilterra), quella più diffusa in questo momento in Europa e nel nostro territorio, sembra essere più trasmissibile del virus con cui abbiamo avuto a che fare nell’ultimo anno e, precisamente avrebbe una trasmissibilità superiore di circa il 50%, con una possibile variazione (ammessa dagli intervalli di confidenza) tra il 30% e il 70%, a seconda degli studi. Questa maggiore trasmissibilità fa in modo che la variante si diffonda più velocemente, rimpiazzando il vecchio virus, e, infine, diventando dominante. Il processo che porta la variante a diventare dominante dipende da molti fattori. Tra questi la data di arrivo delle prime introduzioni della variante, le misure di mitigazione presenti sul territorio, la prevalenza del virus nelle diverse aree geografiche, la velocità delle campagne di vaccinazione. L’indagine ISS che indica una prevalenza del 17.8% al livello nazionale della variante B.1.1.7, produce una misura relativa, ovvero di tutti i casi osservati quanti sono dovuti alla variante. Ma bisogna stare attenti a non assumere che la dominanza della variante implichi un maggior numero di casi; la variante più trasmissibile può aumentare la sua prevalenza anche in un contesto nel quale il numero di casi diminuisce o rimane stabile. Anche per la variante il numero di casi sarà determinato dal tipo di mitigazione e le strategie di contenimento, con la consapevolezza che queste scelte devono considerare un nemico più insidioso.
Sappiamo bene che questo non è un articolo scientifico, ma queste considerazioni sono dovute per spiegare un concetto che nessuno scienziato dovrebbe mai dimenticare e cioè che dobbiamo differenziare le “previsioni” dagli “scenari”, e soprattutto dobbiamo chiarire che ci muoviamo in una finestra di possibilità che, specialmente in epidemiologia, è molto ampia e dipende non solo dalle caratteristiche del virus e del nostro ambiente, ma anche dalle misure messe in atto per contenere il contagio. Da un lato è assolutamente corretto da parte di noi scienziati dire che il virus è adesso più trasmissibile e che quindi dobbiamo adeguare le nostre misure di monitoraggio e contenimento alla nuova situazione. Bisogna invece essere molto circostanziati quando si comunica che nelle prossime settimane avremo migliaia di morti al giorno. Certamente, questo è uno scenario possibile, ma bisogna specificare quali sono le assunzioni all’interno delle quali ci muoviamo nel calcolo che è stato fatto. E cioè, cercando di tradurre in termini semplici, quanto dobbiamo sbagliare, a tutti i livelli, dal governo ai singoli cittadini, perché si verifichi lo scenario peggiore annunciato? E quali sono gli altri scenari? Quali strategie possono essere disegnate per evitare lo scenario peggiore?
Il tema della comunicazione del rischio è, in generale, un tema molto difficile e delicato. Specialmente in un momento di tensione sociale come quella che stiamo vivendo. Sebbene sia evidente che il nostro ruolo di comunicatori serva non solo a informare ma anche a rendere socialmente sostenibili le difficili decisioni del Governo, non va però dimenticato che la comunicazione impone l’instaurarsi di una relazione con tutti i soggetti coinvolti. E le relazioni non possono che essere basate su fiducia, chiarezza e rispetto dei ruoli.

(Editoriale scritto con Alessandro Vespignani ed Enrico Bucci uscito oggi su La Stampa)

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