La crisi della coppia è nata proprio quando lei ha smesso di sopportare che quello che sarebbe diventato il suo assassino attingesse dalla cassa del suo negozio per comperare i “Gratta e vinci”. Lui, Renato Scapusi, ha minacciato innumerevoli volte il suicidio, senza mai tentare veramente di metterlo in pratica. E il ricovero in un reparto di Salute mentale non è servito ad evitare che diventasse un feroce omicida di Monica Di Carlo — Nonostante la legge sullo stalking e il “Codice Rosso“, le donne restano alla mercé degli uomini per cultura e per la primordiale prevalenza fisica basata sulla forza. Oltre che, non di rado, per quella economica. Clara Ceccarelli, uccisa ieri con 30 coltellate e una violenza inaudita, non era, però, tra quelle donne che sopportano violenze e angherie pur di mangiare, anzi. Aveva la sua attività e casomai era lei a foraggiare l’ormai ex compagno. Clara Ceccarelli avrebbe compiuto 70 anni a settembre, Renato Scapusi ne ha 10 di meno, ma la differenza, chi li ha conosciuti, non la ha mai notata. Lei è una bella signora, lui un uomo di bella presenza, alto quasi un metro e 80, con gli occhi cerulei. Quando Clara si separa dal marito lo incontra e si innamora di quel piccolo imprenditore come lei, titolare di un negozio di pantofole nel cuore commerciale della città. Rispettata e benvoluta dai colleghi e dai clienti. Lui ha (o aveva, non è ancora chiaro), invece, una bottega artigiana a San Fruttuoso, ma per un periodo lavora nell’altro negozio di Clara, dall’altra parte di via Colombo, sulla destra. Le cose vanno avanti per qualche tempo, fino a quando rimane viva la madre di Renato. Poi, per qualche motivo, forse per questioni economiche ereditarie, il crollo psicologico dell’uomo che deteriora anche il rapporto di coppia. Lui invecchia di colpo anche esteticamente, si incanutisce e, da quell’uomo brillante con la battuta pronta che tutti conoscevano, diventa irascibile, si getta sempre di più nel vortice del gioco, acquista una quantità industriale di “gratta e vinci”. Spiega agli amici di aver individuato un sistema: secondo lui, comprando un pacco intero di tagliandi e grattando fino a quando avesse trovato il premio grosso, poteva poi poi rendere gli altri, chiedendone in cambio un altro pacchetto e massimizzare così i risultati. Ma no, il sistema non funziona. Il denaro diventa la sua ossessione. Clara si accorge dei soldi che mancano in cassa e delle cose che mancano in casa. O, almeno, è questo che racconta agli amici. Decide di tagliare, anche per salvaguardare il figlio disabile che vive con lei. È la primavera dello scorso anno. Lì comincia l’incubo che la donna confida a chi le sta più vicino, quell’incubo che anche tutti i commercianti della zona conoscono. Perché Renato dà in escandescenze dentro e fuori dalla bottega delle pantofole e vandalizza le serrande orinandoci sopra e sporcandole di escrementi. Lui è sempre più disperato nella sua ricerca di soldi da “investire” nell’azzardo. Tenta una serie di volte il suicidio, senza mai metterlo in atto, ogni volta giustifica il gesto con le difficoltà economiche dovute al Covid, ma non è così. Il problema si chiama ludopatia, una dipendenza come tutte le altre, come quelle dall’alcol, dalle sigarette o dalla droga, che spinge a ripetere compulsivamente gesti che sono autolesionisti. Renato sale, di volta in volta, sulla scogliera del depuratore della Foce, sul Ponte Monumentale, sul ponte di Terralba, sulle scale esterne di un liceo di Sturla, ieri sera, dopo l’omicidio, sul muraglione di via Frugoni. Ma non si getta mai di sotto, ogni volta si fa convincere a scendere. Richiama inconsapevolmente l’attenzione sulla sua crisi psichiatrica. È così che funziona. Ma l’aiuto, quello di un sistema sanitario totalmente inadatto – nei fatti – ad affrontare i tanti casi simili, non arriva. L’ultima volta si fa anche convincere dai poliziotti a ricoverarsi (l’alternativa era il trattamento sanitario obbligatorio, in realtà) in un reparto di Salute mentale. Passa meno di una settimana e lui esce dall’ospedale, si arma di coltello, entra nella bottega di Clara quando ormai sono calate le luci della sera e, come un po’ ovunque da quando c’è il Covid, in giro c’è ormai poca gente. Ha con sé quel coltello. Probabilmente intende minacciare Clara per ottenere dei soldi. Qualche quattrino, forse per compassione, forse per paura, lei continua ad allungarglielo, probabilmente non quanti lui avrebbe sperato. O, forse, la mente di Renato è andata oltre e ormai c’è solo il livore sordo per quella donna che non gli ha più permesso di attingere a volontà alla sua cassa per assecondare i suoi atteggiamenti compulsivi nei riguardi del gioco d’azzardo legale. Certo, il problema sono gli uomini che uccidono le donne. Al di là delle strutture culturali, c’è il dato fisico: sono più forti e così sanno di poter prevalere e prevalgono. Un istinto primordiale di ogni specie animale, la legge del più forte. Renato crivella il corpo di Clara con almeno 30 coltellate inferte con ferocia al collo e all’addome, infilando la lama con furia cieca nel corpo della donna che aveva provato a difendersi, ma che ormai non ce la fa più nemmeno a tentare di parare i fendenti con le mani. Il sangue schizza ovunque, anche addosso a Renato, che con la faccia, le mani e gli abiti sporchi fugge per via della Consolazione, inseguito da alcuni passanti, alcuni dei quali – gente della zona – lo riconoscono anche. Vaga a poche decine di metri dal luogo del delitto. Fino a quando i poliziotti non lo trovano, arrampicato sul muraglione di via Frugoni nell’ennesima pantomima del tentato suicidio. Gli agenti lo chiamano col suo nome. Lui si volta. Risponde «Sì, sono io» e come tutte le volte si fa prendere dalle forze dell’ordine che stavolta non lo portano in ospedale, ma in Questura. Lì lui, ancora coperto del sangue ormai secco di Clara, rende piena confessione a poche ore dall’omicidio e viene arrestato e portato nel carcere di Marassi. Ora tutti urlano “al femminicidio”, ed è giusto, ma in qualche modo è una banalizzazione di un problema che ha diverse facce e così si impedisce affrontarlo a 360 gradi. Giusto sarebbe anche chiedersi perché gli interventi della Salute mentale non sono serviti a niente e se sono in genere adeguati a rispondere ai problemi delle persone malate e delle loro famiglie. No, non lo sono. E non solo quando si arriva all’omicidio. E non solo nel caso della ludopatia. La legge Basaglia ha cancellato gli orrori del passato senza, di fatto, prevedere un sistema alternativo efficace. Giusto sarebbe chiedersi se lo Stato debba finanziarsi col gioco d’azzardo legale, se sia etico permetterlo. Giusto sarebbe chiedere con forza che la legge votata anni fa all’unanimità dal consiglio regionale e quasi completamente congelata dalla giunta Toti nel primo mandato (quella che porterebbe alla chiusura della maggior parte dei punti dell’azzardo lecito) fosse finalmente messa in vigore non solo per la parte riguardante qualche azioni di facciata come sono le campagne promozionali contro la ludopatia. La lobby del gioco d’azzardo è forte, ma è giunto il momento di chiederci se valgono di più la “libertà d’impresa” o la salute e la vita dei cittadini. È arrivato il momento di chiedersi quanto lavoro dà l’azzardo legale e quanto reddito reale ai lavoratori al netto dei grandi guadagni degli imprenditori e dello Stato. E quante famiglie e anziani vengono, invece, rovinati dall’ossessione. La società non può limitarsi a mostrarsi indignata, a puntare il dito contro l’assassino, ha il dovere di rimuovere le condizioni in cui è maturato il delitto. C’è il rischio che la questione si liquidi sciacquandosi la bocca con la parola “femminicidio” e stracciandosi le vesti un paio di giorni sulla società maschilista. Quello è un problema, sì. Grande. Ma non basta a spiegare la morte di questa povera donna.

Un ultimo agghiacciante particolare: Clara si era pagati funerale.

Fonte: GenovaQuotidiana.com