IL NEOREALISMO E IL RINNOVAMENTO
DELLA LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

Saggio di Eduardo Terrana


La fine del secondo conflitto mondiale apre alla speranza di una vita nuova .
A chi l’aveva vissuto parve, infatti, avere il significato di una dura esperienza umana ma non vissuta invano, perché apriva le masse a nuove speranze fiduciose nell’avvenire, alla partecipazione politica, e significava la fine del controllo sulla stampa e la possibilità di scrivere liberamente, nonché la fine della autarchia culturale, che era pesata sull’Italia negli anni del fascismo, e l’apertura a molti aspetti della cultura moderna, dal marxismo alla psicologia, alla linguistica, alla sociologia, che intanto erano prosperate sia in Occidente che in Oriente.
Inevitabile conseguenza di ciò fu la frantumazione in varie correnti della cultura italiana che avvertiva il vento del rinnovamento che rifiutava l’idealismo e subiva, in una visione più aderente alla realtà, l’influsso del costituirsi di una editoria a carattere industriale, dello sviluppo del cinema, della diffusione della televisione, del diffondersi del libro, con evidenti ripercussioni sull’attività letteraria.
Nasce così il Neorealismo, che si sviluppa negli anni tra il 1945 ed il 1955, come moto generale e generico della nostra letteratura verso un narrare non legato alla poetica della pagina d’arte, ma più attento alla osservazione ed alla riproduzione del reale, che ha, pertanto, contrapposto, anche polemicamente, nella letteratura, come nel cinema e nelle arti figurative, ai vecchi contenuti dell’arte della pura forma e della morbida memoria, nuovi altri contenuti: operai, scioperi, partigiani, occupazioni di terre, sciuscià, avviando così l’esperienza di un nuovo corso artistico e letterario, che mirava a collegarsi con una tradizione europea autenticamente realistica, cercava nuove forme espressive di carattere narrativo e non più liriche e saggiava un linguaggio nuovo, non logorato dall’uso letterario.
Tutto radicato in una problematica ancor oggi attuale, il Neorealismo riflette la situazione della società italiana che si è venuta a creare in conseguenza della guerra, tanto sofferta quanto non voluta; della resistenza, tanto sentita quanto combattuta, e della ripresa democratica, che timidamente comincia a muovere i primi passi verso un rinnovamento sociale ed una restaurazione politica oltremodo difficili a realizzarsi.
Fissarne i canoni non è facile in quanto una vera e propria codificazione non ci fu e neppure una comune enunciazione di poetica.
È più opportuno parlare , pertanto, di uno stato d’animo collettivo, di una esigenza di impegno più etico-politico che non estetico e più di una funzione della volontà che non della fantasia o dell’intelletto, di cui è possibile accennare alcune tendenze di fondo.
Alla luce delle esperienze recenti: la guerra, la partecipazione popolare alla resistenza, le difficoltà di vita, la miseria, si avverte l’esigenza che la letteratura imbocchi una strada nuova. Si esamina, quindi, la letteratura precedente, quella degli anni ’30, del fascismo, della dittatura; si prende atto che tutta quella produzione è il frutto di una letteratura che ha subito passivamente l’ordine delle cose imposte, i principi della ragion di stato, l’apologia del regime, il culto della personalità, volute dal fascismo e si condanna l’assenza, il tenersi in disparte, sotto il regime, di tanti letterati che non hanno saputo trovare il coraggio di opporsi, che non hanno saputo assolvere al dovere di testimonianza della verità e della libertà.
Il Neorealismo, allora, ribalta il comportamento stesso del letterato. Rifiuta il comportamento statico, timoroso, assente, dello scrittore di ieri, e sostiene la partecipazione attiva, la organizzazione culturale, la presa di posizione politica, la autorità morale, alla luce delle scelte che la realtà del momento impone, di quella realtà che brucia, che urge ed è sotto gli occhi di tutti: i disastri della guerra, la resistenza, la lotta per sbarcare il lunario giorno per giorno; le città devastate; la prostituzione che dilaga; le grandi masse che, diventate ormai protagoniste di storia, impegnano già le loro lotte.
Guardare però a questa realtà, prenderne coscienza, significa scoprire l’Italia minore, l’Italia delle plebi urbane oppresse da secoli e affamate di terra; significa scoprire i problemi del Sud, arido, povero, dimenticato; significa mettere il dito nella piaga dell’emigrazione, dell’urbanizzazione e connessi problemi del superaffollamento delle metropoli, dello spopolamento delle campagne e conseguenti crisi del settore agricolo, della carenza di infrastrutture e del banditismo in un’Italia che si avvia già a diventare una potenza industriale.
Di questa realtà, però, il Neorealismo non seppe cogliere le radici e le tendenze più riposte. In essa non seppe scavare fino a raggiungerne la sostanza, fino a guadagnarne l’anima, così denunziando una carenza di consapevolezza ideologica che, nell’adozione di moduli di rappresentazione cronachistici e documentari, alla ricerca di una forma narrativa che gli garantisse il massimo di presa sulla realtà o di immunizzazione da ogni tentazione lirica, lo rese incapace non solo di elaborare forme nuove che gli consentissero di porsi al di dentro e non al di fuori della dinamica sociale quale interprete delle lotte concrete che il movimento operaio già conduceva contro l’involuzione della società, conseguente alla restaurazione capitalistica, ma anche di ripiegare su posizioni intimistiche e sostanzialmente disimpegnate, che lo fecero naufragare come movimento d’avanguardia.
Da qui il suo rifiuto di una società industriale come tale, il venir meno di una prospettiva socialista, l’espansione abnorme dei temi dell’alienazione, dell’incomunicabilità, della nevrosi, della solitudine, della disperazione e una sorta di ripiegamento nella memoria, di nostalgia, di esperienze irripetibili, di fuga dalla realtà.
Ciò che costituisce l’insieme dei fattori della crisi che investe il Neorealismo intorno alla metà degli anni ’50 e che si manifesta in una duplice direzione: da un lato c’è l’insoddisfazione di certi canoni finora seguiti e quindi la ricerca, la sperimentazione di nuovi moduli espressivi, di un nuovo rapporto con la realtà, più problematica, fatto di dolore, di violenza, di delusione più che di fiducia nell’impegno di lotta e nei moduli di rappresentazione realistici; dall’altro lato si manifesta già una tendenza che, a differenza della prima, restava pur sempre su un terreno storico e problematizzava ma non rifiutava l’impegno, evade dalla storia, fa piazza pulita delle istanze e dei problemi posti dal dibattito per il Neorealismo e si volge ad una rappresentazione esistenziale, a presentare il dolore e la solitudine come modi di essere eterni dell’uomo.
Si apriva la strada, cioè, in correlazione con l’avanzato processo di restaurazione che si verificava nella società italiana, ad un’arte che si risolvesse in lamento sulla condizione umana ontologicamente e non storicamente intesa sulla eterna legge di inutilità, di sfaldamento e di morte cui le vicende dell’uomo soggiacciono. In una narrativa di questo genere, elegiaca e neocrepuscolare, non si riscontra una traccia delle passioni civili, dei rovesciamenti politici, della guerra fredda, delle trasformazioni sociali, della paura atomica, della corsa al benessere e delle speranze suscitate dal messaggio di pace delle due encicliche “ Mater et Magistra” e “ Pacem in Terris”, con le quali Papa Giovanni XXIII, affrontava i grandi temi della travagliata società moderna: la giustizia sociale, il lavoro, la ricchezza, la casa, il salario, la dignità di ogni essere umano; ma soprattutto non si riscontra traccia del “Concilio Vaticano II”, che il Papa volle perché si realizzasse una Chiesa nuova in un mondo nuovo; non si riscontra traccia “ delle speranze” suscitate dalla “ nuova Frontiera” del presidente americano, J. F.Kennedy, l’uomo nuovo che avrebbe dovuto portare, come egli stesso disse, l’America verso: “ …le zone inesplorate della scienza e dello spazio; gli insoluti problemi della pace e della guerra; le inconquistate sacche dell’ignoranza e dei pregiudizi; le irrisolte questioni della miseria…”; non si riscontra traccia, infine, “ delle speranze” suscitate dalla Conferenza afro-asiatica, svoltasi nella città indonesiana di Bandung, dal 18 al 24-04-1955, che discusse i problemi: del colonialismo e dei mali che ne derivano; dei popoli sottomessi al dominio straniero, sfruttati e depauperati di ogni loro ricchezza; enunciando nel documento finale tra l’altro i principi della non ingerenza, dell’autodeterminazione e del rispetto dell’indipendenza dei popoli, della sovranità dei Paesi e del neutralismo. Non una traccia di tutto ciò!
Per reazione a queste carenze ideologiche del Neorealismo si sviluppa il dibattito degli anni ’60 e la Neo-Avanguardia.

Eduardo Terrana
Giornalista – Saggista – Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati

Pubblicato anche su Verso – spazio letterario indipendente

Immagine dal film “Sciuscià” di Vittorio De Sica