Una volta trascorso un certo periodo di tempo, non c’è più nulla che si possa “mettere a posto” tra gli esseri umani.

Il 22 febbraio 1989 moriva, sparandosi un colpo di pistola, lo scrittore ungherese Sándor Márai.

Di origini aristocratiche, profondamente antifascista, criticò aspramente i regimi nazista e comunista e, nonostante riuscì a scampare alla seconda guerra mondiale, a causa delle persecuzioni dei comunisti fu costretto ad abbandonare l’Ungheria nel 1948. Si rifugiò in Svizzera e, successivamente, si stabilì in Italia per poi trasferirsi negli Stati Uniti. Tornò nuovamente in Italia e poi di nuovo a San Diego dove, nel febbraio 1989 appunto, si suicidò.

Tra i suoi romanzi più importanti, voglio ricordare “Le braci” e “L’eredità di Eszter”.

In entrambi, la scena si apre con un’attesa. Il protagonista dell’uno e la protagonista dell’altro riprendono il filo dei ricordi aspettando la persona che non vedono da tanti anni. Accanto a loro, in tutti e due i romanzi, la fidata presenza di una donna, un faro dalla luce tenue e mansueta che mi indicava la direzione da seguire.

I temi affrontati sono quelli cari allo scrittore: l’amicizia, l’amore, il tradimento. Márai analizza i personaggi nel loro intimo, ne descrive i tratti salienti, i pensieri più profondi, ogni sfumatura, lasciando all’arguzia e alla sensibilità del lettore di cogliere il non detto.

Un lungo monologo del protagonista chiude “Le braci”. Un dialogo acceso tra Eszter e l’unico uomo che abbia mai amato conclude l’altro romanzo. In entrambi i casi, lo scrittore ha la capacità di tenere il lettore con gli occhi fissi sulle pagine. Il suo narrare è cauto e prudente, dapprima, per poi farsi incalzante e quasi inquietante in seguito. La sua scrittura è molto introspettiva, sicuramente non facile, un linguaggio che riporta a un tempo passato ma senza essere pesante e che invita alla riflessione sui temi affrontati che sono gli eterni temi dell’umanità, attuali e sempre pieni di domande a cui, spesso, non si riesce a dare risposta.

Márai sembra invitare il lettore a guardare dentro di sé come egli guarda nei suoi personaggi, a scrutare con attenzione i delicati e spesso ripidi sentieri dell’animo. I suoi finali incompiuti, quasi incomprensibili, lasciano un senso di smarrimento nel lettore. Ritrovare l’equilibrio sarà compito arduo ma necessario per una migliore conoscenza di sé.

Non ci rendiamo conto che mentre ci capita una disgrazia, dall’altra parte c’è qualcuno che sta lavorando per il nostro bene.

(I passi in corsivo sono tratti da “L’eredità di Eszter”)

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