Emozioni in 100 parole. Tre micro storie, di Stefania Pellegrini

Sulla porta

Mi trovai sulla porta ad aspettare il tuo ritorno. Fumavo una sigaretta dietro l’altra e guardavo al giorno non sapendo che aveva tolto le ali al cuore, perché ti avrei aspettato invano. Scoprii l’amaro disinganno del tempo che toglieva anche l’ultime parole d’una spiegazione. Quelle che aprono la porta al cuore e al raggio d’una speranza. Precipitai in quell’ansia che si dipana in un crescendo che sale, distorcendo il valore di ciò che era stato, e fui travolta dall’onda anomala che chiamavi amore. Vedevo giorni, anni precipitare nel nulla, raccoglievo sabbia tra le mani, ma scivolava via nell’inutilità delle ore.

Abbandono

Te ne andasti nella notte buia, le mani serrate, il cuore stretto in una morsa di dolore.
-”Torno subito”- dicesti. La voce incrinava le parole e nascondeva l’angoscia, la disperazione. Li abbandonavi giocando all’ombra di sorrisi e d’ingenue parole. Cercavi lo spiraglio d’una luce e ti ripetevi: -trovo un lavoro e qualche soldo, poi torno- Li lasciasti, senza un saluto. Mentre la tua ombra svaniva nel buio della notte, tre piccoli fanciulli indifesi ti aspettavano fiduciosi.
Soli, smarriti, restarono là, mentre correvi sotto un cielo buio che piangeva il tuo dolore.
Ancora aspettano, ti cercano, e sperano di vederti tornare.

(tratto da un fatto di cronaca)

Un clochard

Viveva ai margine della città, non riconoscendosi nella moltitudine di persone che si muoveva freneticamente attorno a lui. Amava svegliarsi al primo sorgere della luce, al cinguettare dei passeri, nutrirsi di cose raccolte qua e là. Assaporava pure emozioni coi raggi del sole. Poteva confidare al vento la sua rabbia, la sua gioia. Spesso aveva freddo e poco per coprirsi, altre volte troppo poco da mangiare. La vita pulsava nel suo cuore, e si riteneva non meno fortunato degli uccelli. Era un’anima libera da catene, da paure. Viveva la sua realtà lontano dai minuti, dall’ore, e la chiamava libertà.

Stefania Pellegrini ©