L’ARTE GUASTATA, Roberto Busembai

Fabulae e Fiabe

L’ARTE GUASTATA

E’ vero che l’arte ha il suo artefice e che debba essere intesa per quello che è stata creata, ognuno ha la sua arte, pure nel lavoro e perciò come tale va rispettata, ma è anche vero che l’arte in quanto tale, è intesa come ognuno la vede e spesso, per fortuna o purtroppo, non è capita o non è compresa come l’artista l’aveva sognata.

Sua eccellenza, l’esimio poeta, il vate fiorentino, ovvero Dante, che spesso aveva abitudine di passeggiare nelle sue amate vie della città del giglio, un giorno in una di queste sue “escursioni” gli capitò di sentire cantare un fabbro, ma quello che lo fece meravigliare e infuriare, furono le frasi che costui cantava, ed erano le frasi della sua “opera d’arte” la Commedia, e questi tra un batter di martello, uno sferragliare e anche qualche impropero personale, si ardiva cantare a squarciagola le sue rime e le sue terzine come fossero un misero canto popolare.

L’ira funesta del pelide Achille, come di antica memoria, si impadronì del nostro sommo poeta e quivi si scatenò sulla bottega del fabbro, martelli, tenaglie, bilance e tanti altri ferri del mestiere, li prese con impeto e con l’ira che lo possedeva li gettò in mezzo alla strada.

“ Oicchè diavolo vo’ fate? Ma siete rincitrullito? Oicchè vi gira pe’ i capo?” Così disse arrabbiato il fabbro.

“ Tu che fai?” rispose serio e ancora dallo sguardo burbero Dante

“ Io fo la mi arte, e voi m’avete gittato tutti i mi ferri in mezzo alla via, oicchè vi pare sia una ‘osa giusta?”

“Bene, dianzi se tu voi che io non guasti le tu ‘ose, tu non devi guastar le mie” fu la risposta secca del poeta.

“ O questa l’è bellina! Oicchè vi guasto io che manco vi conosco?”

“Tu canti le mi strofe e il mi libro come non lo scrissi, io non ho altra arte che quella e tu me la guasti!”

Il fabbro un poco gonfiato, raccattò i suoi ferri, dette un’ultima guardata a quel personaggio assai curioso, poi riprese il suo lavoro ma stavolta attento a non cantare più la stessa canzone, ma si dedicò ai canti di Tristano e di Lancillotto, e non più quelle strofe del “citrullo” di quel Dante.

Anneddoto o leggenda da me liberamente rielaborati

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web