Gillo Dorfles, all’anagrafe Angelo Eugenio Dorfles, è stato uno dei protagonisti della nostra contemporaneità, e pochi sanno quanto sia stato importante nella definizione del bello in Italia.

Nato a Trieste e cresciuto a Milano, dove conobbe Italo Svevo e Umberto Saba, si è laureato in Psichiatria, per poi dedicarsi alla pittura e alla critica: con Munari, Monnet e Soldati ha creato il Mac (Movimento Arte Concreta) per promuovere l’arte non figurativa.

La sua morte, avvenuta il 2 marzo 2018, ha fatto scalpore perché era molto anziano: 107 anni.

Ma la verità è che Dorfles è stato per il nostro Paese un profeta, in un periodo storico durante il quale la bellezza, l’eleganza e la moda erano una cosa per pochi, anzi, pochissimi. La moda oggi è veicolata da fenomeni di massa, appartiene a tutti e a nessuno, ma un tempo le cose erano molto più difficili. Riconoscere qualcosa di “cattivo gusto” era un’impresa ardua e le persone avevano bisogno di linee guida ben specifiche per rendersene conto. Nel secondo dopoguerra il nostro Paese stava vivendo un periodo di materialismo frenetico dovuto al boom economico, e vedeva la nascita di una nuova borghesia, lo zoccolo duro dell’Italia del post-piano Marshall. Questa nuova classe media doveva però rispondere a una richiesta estetica ben precisa: le case degli italiani, i loro vestiti e il loro stile di vita dovevano riflettere il loro nuovo status sociale, e dovevano farlo attraverso oggetti, forme e materiali che oggi definiremmo spesso brutti, di cattivo gusto, o ancora meglio, kitsch. Il termine “kitsch” deriva dal tedesco “scarto” (o, secondo altri, dall’inglese “sketch”, ovvero schizzo) ed è il termine con il quale veniva definito, nella Germania del 1860, l’opera d’arte commercializzata, la cui facile realizzazione la rendeva accessibile a chiunque, a discapito della sua unicità. Sebbene il termine fosse più antico, solo nel 1939 il kitsch iniziò a determinarsi come lo conosciamo, attraverso uno scritto del critico d’arte americano Clement Greenberg, che lo analizzò per primo nel suo manoscritto L’avanguardia e il kitsch, dove descriveva questo “fantastico fenomeno” come una “retroguardia” dell’avanguardismo di quel tempo. L’essenza del kitsch è l’imitazione eticamente scorretta di ciò che è stato fatto, anche in maniera goffa, poco simile al reale – è, per citare Walter Benjamin: “Una gratificazione emozionale istantanea senza sforzo psicologico, senza sublimazione.” In parole povere, il kitsch è la “volgarizzazione”, in quanto divulgazione di massa, dell’arte per fini speculativi. Definire il kitsch “brutto”, però, è improprio. Per riprendere le parole di Dorfles, si tratta di “Un’ambigua condizione del gusto.” Anche perché, il semplice “brutto” non definisce la moltitudine di forme che il kitsch può assumere dal punto di vista sociologico e antropologico: dai villaggi turistici ai rosari fluorescenti in omaggio con i giornali religiosi, passando per diversi riti posticci appartenenti alla cultura New Age. Del fenomeno ne hanno parlato critici, scrittori e artisti in tutto il mondo.