COMPAGNI, di Marcello Comitini

COMPAGNI

Passeggiavamo come reclusi

lungo giardini inaccessibili

e corridoi assediati dalle case. Solo muri

e me che ti tenevo al guinzaglio.

I miei occhi sognavano prati e sentieri 

fioriti sino all’orizzonte. 

O eri tu che mi portavi lontano

dagli angoli più oscuri dei miei pensieri?

Polvere e fango lungo le strade, 

schegge insidiose di bottiglie

barattoli vuoti, cagnette che ti facevano

scodinzolare e illuminare gli occhi.

A ogni angolo caldo di svanite essenze 

t’inebriavano segni invisibili 

di compagni. O rivali, 

ma erano fremiti  minacciosi e scalci irati.

Il tuo mantello fulvo sfolgorava 

nell’ombra delle case 

e le donne guardavano affascinate 

il tuo muso affusolato e lo sguardo

tenero e fiero

che addolciva i loro sogni.

Mi sollevavi dalla mia angustia umana

con l’ardente innocenza del bambino

alla scoperta del mondo. 

E io – compagno che credevi onnipotente – vegliavo

che nulla turbasse lo spazio incalcolabile 

tra i tuoi sogni e i muri. 

Acuta era la tua voglia di fuggire

sentire la rugiada in punta al naso

tornare e scaldarti tra le mie braccia.

Ma il cielo batteva le strade 

con le sue lunghe dita di pioggia 

e le tue corte e esili zampe nel fango 

erano il mio pensiero.

Con un sorriso correndo senza voltarti 

hai pianto a lungo e sei scappato 

sui prati fioriti delle nuvole .

Il grigio della città ha reso buia la nostra strada. 

Dove sei fuggito? 

O sono io – compagno impotente –

senza il coraggio di stringerti tra le braccia? 

I tuoi occhi si spegnevano

e la bocca immobile schiudeva i denti

in un malinconico sorriso. Io 

fuggito lontano.

Lungo il nostro itinerario – torna l’aculeo 

della mia angustia – cammino 

ancora in compagnia della tua immagine 

sospesa nella mia memoria come un piccolo sole

a consolare il cuore.

25/01/2021