Lo studio dell’immunità indotta dall’infezione naturale e dai vaccini è di fondamentale importanza per capire come pianificare l’attuale e le future campagne di vaccinazione e la ripresa della nostra vita senza restrizioni. Negli ultimi giorni, diversi articoli scientifici hanno fornito i risultati di studi condotti su grandi numeri di persone, in diverse parti del mondo. I ricercatori hanno analizzato la presenza di anticorpi neutralizzanti nel sangue di chi si è ammalato di COVID-19 durante la prima ondata, per valutarne la persistenza. Inoltre, sono stati resi disponibili dati che misurano il rischio di reinfezione in chi ha superato la malattia. Che conclusioni possiamo trarre da queste pubblicazioni? Proviamo a fare chiarezza e a rispondere alle domande che ci assillano da un anno.
1) Chi ha avuto COVID-19 può reinfettarsi? Sì, ma il rischio di reinfezione è molto minore. Secondo due studi effettuati in Danimarca e negli USA, aver avuto una volta COVID-19 conferisce una protezione rispetto ad una seconda infezione intorno all’80%. Tuttavia, il rischio di seconda infezione dipende molto dall’età: nei soggetti che hanno più di 65 anni la protezione scende al 47%. Quindi le seconde infezioni sono più rare nei giovani.
2) Tutti coloro che contraggono l’infezione generano anticorpi neutralizzanti? No, non tutti. Secondo uno studio effettuato in Cina, solo il 40% delle persone sieropositive (che hanno cioè generato anticorpi contro il SARS-CoV-2) produce anticorpi che sono in grado di bloccare il virus (neutralizzanti). La produzione di anticorpi neutralizzanti avviene più frequentemente e con titolo maggiore in chi ha avuto una malattia sintomatica.
3) Quanto durano gli anticorpi neutralizzanti? Nelle persone che li sviluppano, gli anticorpi hanno una durata superiore ai 9 mesi.
Come usare queste informazioni per proteggere i cittadini e sfruttare al meglio le dosi di vaccini che abbiamo a disposizione?
Come sempre la risposta non è semplicissima ma possiamo proporre che, ancora una volta, a guidarci sia il rischio clinico. I dati ci dicono che una persona in buona salute sotto i 65 anni che ha avuto la malattia in forma sintomatica ha un rischio davvero molto basso di ammalarsi una seconda volta; per questa categoria di persone, possiamo quindi scegliere di posticipare la vaccinazione. Chi ha più di 65 anni ed ha contratto il virus nei mesi passati ha minori possibilità di infettarsi rispetto a chi non ha mai avuto la malattia; tuttavia, considerando l’età come fattore di rischio clinico, questa categoria di persone andrebbe vaccinata comunque.
Riusciremo a gestire questa complessità nella distribuzione dei vaccini? Probabilmente no e si continuerà a procedere per grandi categorie in nome della semplificazione. Il compito della scienza è però di continuare a fornire indicazioni utili per chi deve prendere decisioni, sperando che questa conoscenza venga utilizzata rapidamente e nel modo corretto. Solo questo approccio ci permetterà di muoverci con passi sicuri verso la ripresa.

(“Fascia Viola” pubblicata su Corriere del Veneto)

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