Irene ha paura di innamorarsi, è sempre stata troppo indipendente. Marta, invece, è terrorizzata dalla possibilità che la sua storia d’amore finisca, perché sente che è Simone a dare senso alla sua vita. Entrambe hanno 18 anni, entrambe fanno il liceo scientifico, entrambe adorano la cantante SIA. Per il resto, apparentemente non hanno niente in comune. Eppure forse, a guardarle bene, condividono qualcosa: il giudizio spietato che si danno. Irene si considera – parole sue – “asociale”, “burbera”, “glaciale”, “a tratti psicopatica”.  Marta, invece, “sottomessa”, “dipendente”, “fragile”, “inutile”.  Odiano se stesse, poiché sentono di essersi di ostacolo: Irene vorrebbe tanto lasciarsi andare, divertirsi, ma non ci riesce. Marta vorrebbe tanto sentirsi viva anche senza Simone, ma non ci riesce. Un’altra cosa hanno in comune: queste caratteristiche che criticano così tanto, sono quelle che in larga misura hanno permesso loro di “sopravvivere”.  A Irene, infatti, è certo convenuto imparare a cavarsela da sola. La madre si è ammalata quando lei aveva 8 anni, la sua sorellina ne aveva 4 e i genitori si erano già separati. Non ha potuto essere mai una bambina: si è occupata della sorella, delle visite mediche della mamma, progressivamente anche della spesa e delle faccende domestiche. Marta, dal canto suo, era meglio che non fosse troppo autonoma. I suoi genitori l’avevano avuta molto tardi, dopo anni di tentativi che non andavano mai a buon fine: verosimilmente anche per questa ragione sono stati sempre iperprotettivi, le dicevano che non volevano le succedesse “mai niente”. Ma questo “niente” – riflette oggi Marta – l’ha privata della possibilità di sperimentare tante cose, di sbagliare, in parte di crescere.  Le parti di noi che “ci salvano” Questi racconti così brevi non rendono giustizia alla complessità e alla bellezza del mondo interno di queste due ragazze, ma ci insegnano comunque moltissimo: spesso le parti di noi che non sopportiamo, che vorremmo cambiare, sono le stesse che “ci hanno salvato”. Infatti, i bambini trovano strategie per cercare di massimizzare la probabilità di ricevere vicinanza e conforto dalle loro figure di riferimento: a Irene è convenuto essere un po’ “glaciale”, a Marta è convenuto essere un po’ “fragile”. Insomma, queste parti di loro che adesso criticano – con i nuovi strumenti emotivi, relazionali e cognitivi tipici dell’adolescenza – e delle quali vorrebbero fare a meno, sono le stesse che, quando erano più piccole, sono loro servite di più. Per questa ragione, il passo più difficile da compiere, ma forse anche il più rilevante, è smettere di volersi male: quel nostro atteggiamento che oggi sentiamo antipatico, scostante, o forse troppo sensibile, o vulnerabile, o saccente, o impacciato, insicuro… è lo stesso che un tempo, magari, ci ha reso più “amabili” e ci ha fatto sentire più al sicuro!  Accorgiamocene. Forse si tratta di “abbracciare” pezzi di noi poco sofisticati, ormai un po’ scomodi: ma ricordiamoci a che cosa ci sono serviti, ringraziamoli, e ripartiamo proprio da loro, con uno sguardo benevolente nei nostri confronti, proiettato verso il domani, che però non si dimentica delle proprie radici. 

Claudia Casini

Fonte: Giunti Scuola