Incontrare Giorgio Penotti (alessandrino, classe 1957), ex insegnante di lettere, musicista irregolare, discontinuo ed eclettico è sempre piacevole: è una persona brillante e appassionata, disponibile a cambiamenti quasi radicali, sempre aperta a sperimentare se stessa in nuove occasioni.

Ha studiato chitarra, sassofono, flauto traverso, altri strumentini a corda e a fiato, non ha mai conseguito un titolo di studio musicale, però si è cimentato avventurosamente nella composizione e nell’arrangiamento, scrivendo canzoni, brani jazz e colonne sonore. Su queste strade ha camminato per più di quarant’anni con diversi gruppi che suonavano o suonano folk, jazz, canzone d’autore, musica da strada.

Gli rivolgo alcune domande, in particolare riguardanti i testi che canta.

– Nelle tue canzoni, sia nei brani tuoi che nelle cover, affronti temi importanti dal punto di vista sociale: quali sono questi temi e in quali canzoni ne parli?

Tutto ciò che mi colpisce può diventare spunto per scrivere una canzone, un tema sociale, spirituale, un’emozione, un ricordo, non ho preferenze particolari, l’importante è dare sfogo alla mia esigenza comunicativa. Certamente il tema amoroso è quello che più facilmente si adatta alla canzonetta, infatti è decisamente il più sfruttato, ma proprio per questo diventa al tempo stesso il più facile e il più difficile. A me piace cambiare, lo faccio seguendo il mio istinto e l’ispirazione del momento. Delle mie canzoni recenti, quelle che si trovano in questo momento sul mio canale YouTube, forse la più “sociale” è “Una ragazza europea” perché si parla di donne, di emigrazione e, diciamolo pure, di sfruttamento. Ma i toni sono molto pacati perché nelle mie intenzioni questa non è una canzone di denuncia o di protesta, è piuttosto la piccola storia triste di esistenze marginali viste nella loro quotidianità. Ho preso spunto da un servizio giornalistico trasmesso dalla televisione qualche anno fa. L’ho tenuto nella memoria a lungo, e poi è nata la canzone.

– Troviamo anche stati emotivi ben descritti in testi intensi ed accattivanti: di quali emozioni parli più spesso, in quali canzoni?

Molte emozioni nascono dai ricordi, d’altronde che ci posso fare? Ormai ho un lungo passato dietro alle spalle, non posso nasconderlo. Però al tempo stesso, come dico apertamente in “Belle sono le foto” non mi piace fare il vecchio inacidito, nostalgico e borbottone che esalta i bei tempi andati e disprezza il presente. Perciò cerco sempre di mescolare ricordi e fantasia per portarmi sempre a questo momento, quello che stiamo vivendo. Non mi illudo che gli adolescenti si possano identificare in quello che scrivo, se accadesse ne sarei felice, ma dubito che possa succedere; scrivo per un pubblico adulto e per chiunque sappia riconoscere nella mia musica e nelle parole le mie stesse emozioni. La scoperta di avere una vita emotiva più intensa di quello che conoscevo è una cosa di poco tempo fa.

– Dei personaggi di cui hai cantato, quale ti è più caro e perché?

Sicuramente l’ubriacone de “Il Martini”, personaggio che ho costruito, sempre con il solito mix di fantasia e realtà, sul ricordo di mio cugino Giancarlo. Artista maledetto, cantautore, gran bevitore, è lui che ho visto mentre la scrivevo. Anche il romantico perdente di “E’ notte” o lo sfigato di “Dicono di me” mi sono molto simpatici, spero di non assomigliargli troppo. Ma nuove canzoni stanno per essere pubblicate, la chiusura forzata per il Covid si è rivelata una buona opportunità creativa. Consoliamoci così.

Essere aperti al nuovo, a un futuro ricco di progetti: questo l’ esempio e il messaggio che ci lascia Penotti al termine del nostro incontro.

Sfruttare quella che scambiamo per “immobilità” per avere più tempo per realizzare sogni ed esprimere se stessi .

Un’ opportunità creativa, appunto.