Dentro di me c’è lui. Lo sento sporgersi in avanti per ascoltare quando mi ostino a dare il meglio di me per ottenere un risultato fino ad ora irraggiungibile, a tirare fuori forze sconosciute o inespresse per risolvere a mio vantaggio una situazione difficile. O per fare quello che desidero.
Lo sgabello in cui è seduto scricchiola, la veste frusciante si muove. L’espressione che appare nella mia mente è subdola. Un ghigno. Mi pugnala di soprassalto, alle spalle, per assicurarsi che mi sia impossibile fare quel che mi prefiggo, così parte avvantaggiato su di me, la sua è una gara che ovviamente si aspetta di vincere, e quando perdo, io perdo sempre, dice che è colpa mia. Non dovevo volere di più, volare alto, perché non lo merito e se mi fossi accontentata della nullità che sono, lui non avrebbe dovuto agire. Dice che lo fa per me. Il fallimento che provo a rinunciare è niente rispetto al fallimento che avrei provato dannandomi per riuscire e vedere all’ultimo il risultato sfuggirmi tra le mani davanti a tutti. Sarebbe uno spettacolo patetico, mi coprirei di ridicolo. Lui me lo ripete sempre. Lui lo sa, perché se lo ricorda. Lui c’era, c’è sempre stato e sa che è sempre stato così e sempre lo sarà. Ha una voce gracchiante, dura, mi spaventa perché penetra nelle viscere, nel cervello e rimbalza come un’eco facendosi sempre più pesante, toglie il respiro. Piango. Vorrei non sentirlo, non ascoltarlo. A volte sogno di strapparmelo dal cuore e lui si vendica presentandosi in sogno come tanti scarafaggi che scappano tra le lenzuola e ragni che si nascondono nell’insalata che mangio. Non so come trovarlo. Non so dov’è, dove si nasconde, quali parole lo distruggono. So solo quali lo umiliano. Dopo, diventa ancora più cattivo.

Per vincere, devo ucciderlo.

Michela Santini

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