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Praga e il Golem Il rito occulto della sua creazione, di Luciana Benotto

Parte seconda

Correva l’anno 5340, per il nostro calendario il 1580, quando un sacerdote di nome Taddeo, fanatico nemico degli ebrei, cercò nuove accuse razziste basate sulla superstizione, per rompere la pace e l’armonia che in quel periodo prosperava tra cristiani ed ebrei. Rabbi Löw, alla ricerca di una soluzione, la trovò in un sogno in cui l’Altissimo gli disse:

Ata Bra Golem Dewuk Hachomer W’tigzar Zedim Chewel Torfe Jisrael”,

vale a dire

“Crea un Golem di argilla e annienta la marmaglia divoratrice di ebrei”.

Allora egli, una notte, fece chiamare suo genero Jizchak ben Simson e suo nipote Jakob ben Chajim Sasson e li mise al corrente di quel disegno divino. 

“Per questa creazione sono necessari quattro elementi” disse, “Tu Jichak sei il fuoco, tu Jakob l’acqua, io sono l’aria e insieme alla terra creeremo il Golem”. Dopo aver fatto il bagno rituale nella míkwa (il fonte battesimale), e recitato il tortuoso salmo 119 e letto brani del Sefer Jesirah (il Libro della Formazione), i tre si recarono, alla luce delle torce, sulla fangosa sponda della Moldava e lì, con la creta, modellarono il Golem. 

A quel punto il rabbino ordinò al genero di fare sette giri intorno al corpo d’argilla iniziando da destra, rituale tramite il quale lo si dotava dello Zirufim, la capacità di articolare movimenti; appena ebbe finito il fantoccio diventò rosso fuoco, allora Löw ordinò al nipote di compiere altrettanti giri a destra. Terminato che ebbe, esso divenne ancora più rosso e all’interno del suo corpo cominciarono a scorrere i liquidi, gli spuntarono i capelli, i denti e gli crebbero le unghie. A quel punto toccò al rabbino girare intorno a quel corpo e, alla fine del rituale, incise sulla fronte di quell’essere la parola Emet (verità), gli pose poi in bocca lo schem, il foglietto col nome impronunciabile di Dio: il tetragramma JHWH; infine gli ordinò di levarsi in piedi e di obbedirgli ciecamente come servo. All’alba i tre tornarono al ghetto col Golem e durante il cammino Rabbi Löw lo istruì su quali sarebbero stati i suoi compiti, e gli diede il nome di Jossile. 

Giunto a casa, raccontò a sua moglie d’aver raccolto in istrada, per compassione, quel povero muto, e gli diede ufficialmente i suoi incarichi: quello di suonare le campane della sinagoga e di essere il suo assistente nel laboratorio cabalistico.

Poiché il sabato per gli ebrei è il giorno del riposo, ogni venerdì al tramonto, il rabbino gli toglieva di bocca lo schem, e siccome le 22 lettere alfabetiche, insieme ai 10 sefirot  (numeri primordiali), hanno avuto una parte fondamentale nella creazione dell’universo, il tetragramma serviva appunto per infondere l’impulso vitale a quel fantoccio d’argilla, togliendoglielo lo si rendeva materia inerte. 

Jossile Golem, docile pecorone, eseguiva pedissequamente gli ordini del rabbino, nonostante fosse dotato di forza sovrumana, fosse invulnerabile e reso invincibile grazie ad un amuleto di pelle di daino corredato di formule cabalistiche. D’altronde queste doti gli servivano perché suo compito principale era quello di difendere gli ebrei praghesi dai cristiani che, di tanto in tanto, scatenavano pogròm contro di loro.

Trascorsi tredici anni dalla sua creazione la comunità ebraica praghese viveva un periodo di tranquillità che non le faceva più temere le ingiuste accuse di quella cristiana, fu così che Rabbi Löw fece chiamare suo genero Jizchak e suo nipote Jakob per informarli che il Golem era diventato inutile e che era giunto il tempo di togliergli la vita.

Continua…