– Il Fatto Quotidiano

Alle 22.25 del 10 aprile 2021 saranno passati esattamente trent’anni dall’evento che innescò la più grande strage della storia repubblicana: 140 morti, deceduti in circostanze ancora avvolte dal mistero, nell’attesa di un soccorso mai a loro rivolto dallo Stato Italiano dopo la collisione tra il traghetto in cui erano imbarcate – il Moby Prince – e una petroliera statale chiamata Agip Abruzzo.

Erano appena partiti da Livorno, non arriveranno mai a Olbia dove erano diretti.Saranno spese molte parole su questo trentennale e mancheranno quelle dello storico leader Loris Rispoli, impegnato in un difficile percorso di recupero dopo un grave problema di salute che lo ha interessato quasi due mesi fa.

Loris ha scritto lettere per quasi trent’anni. Alle massime cariche dello Stato, alla magistratura inquirente e giudicante, a chiunque potesse aiutare lui e i familiari delle vittime a trovare tutta la verità e ottenere la giustizia promessa dalla nostra Costituzione per ogni cittadino colpito da un delitto.

LEGGI ANCHEDAL BLOG DI FRANCESCO SANNA Moby Prince sarebbe la peggior ‘strage’ della storia repubblicana. Ma nessuno ne parlaHo scritto tanto di Loris nel mio primo libro sulla vicenda, Verità privata del Moby Prince.

E rimando a quello per i commenti personali. Di certo me ne viene uno personale e contemporaneo: il tempo scorre, la vita va avanti e porta via giorno dopo giorno momenti di serenità a chi vive il dramma dell’ingiustizia. Loris, e come lui decine e decine di familiari delle vittime, continuano ancora oggi, dopo trent’anni, a portare sul corpo e soprattutto nell’anima i segni indelebili delle ferite di quanto a loro occorso.

Non solo la perdita di una persona cara, che li rende simili a chiunque l’abbia vissuta. Ma anche e soprattutto l’assenza della verità a riguardo.Ivanna Porta, che nel Moby Prince ha perso il marito e l’unica figlia, me lo disse chiaramente dieci anni fa: “Io, Francesco, voglio sapere la verità, mi interessa più la verità della giustizia”.

Ecco, questo è il logorante incedere del tempo: il ticchettio di un orologio sempre rivolto in avanti, che ricorda la distanza tra il tempo della verità e il tempo per ricostruirla.

Tra quanto è realmente accaduto e quanto ci stiamo mettendo per scoprirlo.Di certo molti passi avanti sono stati fatti grazie alla Commissione d’inchiesta parlamentare 2015-2018.

Un nuovo inizio, per chiunque conosca questa storia. Ma da allora ad oggi sono passati altri tre anni. Il ticchettio del tempo ha battuto 60 volte al minuto, 60 minuti all’ora, 24 ore al giorno per oltre tre anni.

Nel frattempo sono emersi nuovi particolari, spesso riportati proprio qui su ilfattoquotidiano.it da articoli frutto del lavoro incessante di una squadra di ricerca volontaria attivatasi undici anni fa, dopo quella che doveva essere la pietra tombale della vicenda: l’archiviazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Livorno.

Quei magistrati scrissero a conclusione di quelle 152 pagine che “nessun’altra ipotesi alternativa” al racconto da loro ricostruito di un incidente “tragico quanto banale” avesse la benché minima parvenza di realtà.

Anzi, scrissero nero su bianco che persistere nel cercare altre verità avrebbe significato “uccidere una seconda volta i morti”. Ecco, io sono tra quelli che hanno trovato elementi, prove, documenti, testimonianze in grado di scrivere una verità altra su quanto accaduto la notte tra il 10 e l’11 aprile 1991.

E sono certo di non aver ucciso una seconda volta i morti ma spero, al contrario, di aver dato un po’ più di pace ai vivi che li hanno pianti.

Sorgente: Moby Prince, trent’anni dopo si attendono ancora verità e giustizia – Il Fatto Quotidiano