Nella didattica a distanza, esiste la grande fatica del distanziamento e della spersonalizzazione. Ho spesso ascoltato i docenti raccontare che frustrazione provano nel cercare di stimolare i loro studenti, coinvolgendoli con domande e richieste, seguite però dal silenzio di tutti. “Uno chiede loro di intervenire, ma poi nessuno lo fa. Mi creda: sembra di parlare con un muro”: la frase che ho ascoltato più volte dai docenti è più o meno questa. In questi mesi, ho fatto spesso attenzione a che cosa succede nelle classi virtuali frequentate dai miei figli.

Mi capita a volta di lavorare di fianco a loro e di “ascoltare” passaggi – più o meno lunghi – delle loro lezioni. Più volte ho constatato quanto raccontato dai docenti: fai domande e richieste alla tua classe, ma nessuno interviene.
Però….. c’è un però. Tutte le volte che un docente trasforma questa “chiamata generale” in un invito specifico e individuale rivolto ad un singolo studente, la risposta e la reazione arrivano sempre. “Pietro, tu cosa ne pensi?”, “Alice, secondo te che cosa vuol dire?” “Caterina oggi sei sorridente: che bello vederti così”. Penso che la differenza stia nel fatto che uno studente ha davvero desiderio di sentirsi chiamato per nome. E nella didattica a distanza, essere chiamati per nome corrisponde a sentirsi addosso lo sguardo del proprio docente, non in modo controllante o giudicante, ma in modo accogliente e specifico.

Uno dei libri che più mi ha aiutato in questi mesi è “L’appello” di Alessandro D’Avenia (Libri Mondadori). E’ un libro pieno di bellezza, anzi di ri-bellezza, come ben ha spiegato Alessandro, uno scrittore che maneggia l’educazione e la relazione educativa con una competenza e una sensibilità davvero rara. Ogni volta che il docente protagonista del romanzo chiama i suoi studenti nel rituale dell’appello, loro si sentono visti. Completamente. E non a caso quel docente che li vede così bene è un ipovedente. D’Avenia ha scritto una metafora bellissima di che cosa rende educativa una relazione tra un adulto e un minore: la capacità di accogliere, di chiamare, di vedere il dentro e il fuori di chi la vita ti affida per un tratto più o meno lungo del suo percorso. L’essenziale può essere invisibile agli occhi. Ma non è mai invisibile al cuore. E se tu chiami qualcuno per nome, quella chiamata diventa immediatamente intima e personale. Anche noi genitori, quando dobbiamo dire una cosa importante ai nostri figli, dovremmo cominciare col chiamarli per nome: “Jacopo, Alice vi devo parlare” Quel mettere il nome all’inizio della frase è un evento raro nelle conversazioni con i figli. E non dovrebbe essere così.

Chiamare per nome: se pensi che possa essere un consiglio utile per un genitore, un educatore o un docente…. condividete questo post. E se avete voglia di bellezza, anzi di ri-bellezza, vi consiglio di leggere il bellissimo romanzo di Alessandro D’Avenia: L’appello (Mondadori ed.).

Alberto Pellai