Filly continuava ad osservare l’urna, trattenendo a stento le lacrime.

Di fronte a lei un’ampia pozza d’acqua luminescente giaceva distesa, al pari di una bellissima donna avvolta da un manto di seta azzurro in un’assolata giornata estiva.

Era stanca, infinitamente stanca, ma non poteva fare a meno di inseguire, con lo sguardo, il rincorrersi gioioso delle onde ed il volo solitario di un gabbiano che, dall’alto, si proiettava verso lo spazio infinito.

Aveva scelto l’urna più bella, in ottone massiccio, intagliata e dipinta a mano.

Al centro una composizione floreale con piccoli mazzi di fiori, morbidi e ricadenti, quasi nel tentativo di volerlo abbracciare per l’ultima volta, e il tricolore che lo aveva accompagnato per tutta la sua esistenza.

All’improvviso fece capolino il suo ricordo, come una lama infuocata, a trafiggerle il cuore.

Ricordava il suo sguardo, il suo ultimo sguardo, dolce, dignitoso ma implorante, che le chiedeva di non abbandonarlo, di tenerlo stretto a sé così come lui stesso aveva fatto quando lei era bambina, la sua bambina.

Era la sua “Bella Ciao”, così come amava chiamarla lui, e già fin da piccola le aveva insegnato il testo della canzone, quasi come a voler suggellare un patto segreto tra lui, vecchio partigiano, e la sua adorata nipote che si affacciava, ricolma di aspettative, all’alba di un nuovo giorno.

«Una mattina mi son svegliato,
oh bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir…»

Il nonno stava per morire, pensò Filly, disperata.

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