Federica Vanossi: Dovremmo riflettere sul reale peso delle parole

Mi sono resa conto, a mie spese, che spesso dovremmo riflettere sul reale peso delle parole e andare a rileggere  l’etimologia più attendibile del nome che abbiamo deciso di schierare in prima pagina. 

Derivando dal greco o dal latino, suggerisco di analizzarne con serietà e attenzione la radice e o il cosiddetto tema. 

Volendo scrivere un libro che mi permettesse di analizzare un termine cristallino neppure in greco, ho trascorso due anni a leggere, studiare e documentarmi soprattutto alla sorgente da cui nasce ciò che mi interessa. Così facendo, ho compreso come molte espressioni siano state sviate dalla traduzione primaria, per motivi diversi (non vorrei scatenare una polemica ma potrei discuterne per mesi) e non, come erroneamente siamo portati ad affermare, per il naturale evolversi della lingua, soprattutto quella parlata. 

Sono la prima a dichiarare il mea culpa e a confessare una certa superficialità nel non aver pensato di scandagliare a fondo parole con cui ho lusingato o ferito amici e persone care.

Sono rea senza possiblità di ricorso, colpevole perché appartenente a due culture differenti, e forse più forunata nel maneggiare concetti che da uno diventano due per me, bilingue se volessi peccare di presunzione.

Eppure mi preme portare ad esempio l’aggettivo antipatico, perché pronunciandolo con leggerezza beffarda, ho rovinato tele che avevo tessuto con precisione, quasi fossi intenta a scrivere in rosso e oro, una miniatura che mettesse in risalto i contorni di un progetto distrutto anche per un’incomprensione liguistica.

Diciamo innanzitutto che in greco si dice antipatiticos, molto più del nostro anitpatico.

Così come lo pronunciamo noi, identifica una persona che ha modi sgradevoli e fastidiosi da cui allontanarsi, se possibile, ma è vero che spesso lo diciamo quasi scherzando, per sorridere in due di una situazione tutto sommato non grave.

Mio malgrado e dopo un bagno di umiltà nel mare improvvisamente gelato nel mese di agosto, mi venne scagliato in viso, scorticando le stupide certezze di cui mi vantavo, che:

antipatiticos in greco definisce un essere incapace di provare sentimenti che siano di amore, gioia e riconoscenza, come colpa, dolore e sofferenza, o le varie emozioni che l’animo umano possa patire, ed eccoci al verbo pasxo. 

Significa accusare qualcuno di non sentire, di essere insensibile e, benché non sia un aggettivo utilizzato frequentemente, oggi preferisco cercare un sinonimo meno offensivo.

In alcuni casi verba et scripta manent- Restano anche le parole e può capitare che feriscano tanto da far calare il silenzio e un pesante sipario.

 Le parole pesano come macigni se comprate in saldo e senza leggere le istruzioni allegate.