Guardoni globali, di Massimo Gramellini

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Ai pifferai della Superlega andrebbe ricordato che il calcio non è uno spettacolo, altrimenti chi ha pagato il biglietto si augurerebbe di farlo durare il più a lungo possibile. Invece, quando la tua squadra passa in vantaggio, vorresti solo che l’arbitro fischiasse immediatamente la fine. Il calcio non è neanche un servizio a domicilio come Amazon o Glovo. Per me resta la mano di mio padre che mi scorta dentro lo stadio a sette anni per una prova di iniziazione da cui si usciva marchiati per sempre. La clausura pandemica ha accelerato il passaggio da attori di un rito a spettatori passivi che si cibano di serie televisive e di «highlights» usa-e-getta da consumare in casa e sul telefono: come chi ascolta un assaggio di «E lucevan le stelle» e pensa di conoscere tutta la Tosca.

Loro, i pifferai, dicono che l’essere umano si sta trasformando in questa roba qui. Dicono che è il progresso e che nessuno può farci niente, tranne lucrarci sopra, se può. Riducendo tutto lo scibile del consumismo a pochi marchi globali e lasciando morire tutti gli altri: le aziende familiari, i cinema, i teatri, i negozi al dettaglio, le trattorie, le librerie, le migliaia di Atalanta di cui è fatto il tessuto sociale, economico e culturale della nostra Europa. Forse questo epilogo è inevitabile, come il destino di Ettore davanti ad Achille, ma non è un buon motivo per non indossare l’armatura e vendere cara la pelle. Forza Ettore, e forza Atalanta.