In questi giorni, due argomenti alimentano il dibattito televisivo e le analisi sui giornali: le riaperture e la variante indiana.
Nonostante la prima questione venga affrontata prevalentemente su un terreno di scontro politico, il tema si presta invece ad una attenta analisi scientifica. I dati ci dicono che siamo molto distanti dalla situazione in cui ci trovavamo un anno fa, quando iniziarono le riaperture: contagi alti, ospedali ancora pieni e un numero inaccettabile di morti. Se ci fermassimo a esaminare questi dati, dovremmo dire che le riaperture sono una follia e che bisogna attendere almeno un altro mese per far abbassare la curva del contagio. Tuttavia, ci sono altre riflessioni che ci possono far vedere le cose in modo diverso. Prima di tutto, l’allentamento delle restrizioni non è stato proposto senza tener conto della gradualità e del rischio. Si è deciso di far ripartire solo la scuola e le attività all’aperto. I dati ci dicono che la scuola non incide in modo sostanziale sul valore di Rt e che quindi non rappresenta il motore dell’epidemia. Per quanto riguarda il rischio di contagio all’aperto, sappiamo che è bassissimo: circa 1 contagio ogni 1000 si verifica in queste condizioni, verosimilmente in presenza di assembramenti. Oltre a questo, va valutata la situazione immunologica del Paese: il 21% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino e gli studi ci dicono che, sebbene in misura minore rispetto a due dosi, anche una sola dose conferisce protezione dalla malattia e dal contagio. Inoltre, in Italia ci sono milioni di persone che hanno contratto l’infezione naturale e sono guarite, e oggi sappiamo che queste persone sono protette dalle reinfezioni, tanto quanto i vaccinati. Certamente, se avessimo vaccinato seguendo il rischio clinico oggi saremmo in una situazione più tranquilla, ma comunque, da un punto di vista immunologico, non siamo dove eravamo un anno fa.
Il tema che però sta facendo discutere maggiormente riguarda il coprifuoco e anche qui la scienza può aiutarci a orientarci verso una soluzione condivisa. Uno studio recente ha mostrato che in Europa l’impatto del coprifuoco sull’indice Rt si aggira intorno al 13%; per intenderci, la chiusura delle attività come in zona rossa ha un impatto intorno al 40%, mentre il divieto di incontri in luoghi chiusi incide per circa il 30%. Il problema del coprifuoco non è semplice: da un lato servirebbe a ridurre la mobilità e quindi gli incontri, dall’altro potrebbe avere l’effetto contrario, spingendo tutti a riversarsi in bar e ristoranti nelle poche ore che vanno dal temine dell’attività lavorativa alla chiusura dei locali. Inoltre, favorirebbe i comportamenti scorretti, spingendo le persone a riunirsi in case private, dove il rischio di contagio è altissimo. Tutto considerato, quindi, non ci sono forti argomenti scientifici che ci consentano di difendere la scelta di non concedere lo slittamento del coprifuoco alle 23 e si spera che, con l’arrivo della bella stagione, questa decisione venga riconsiderata.
In tutto questo quadro, si è innescata la paura per la nuova variante indiana. Nonostante sia corretto bloccare i voli per ridurre la circolazione della variante, bisogna ricordare che non sappiamo se le mutazioni identificate rendano il virus più trasmissibile o più letale. Le scene viste in India ci hanno giustamente angosciato, ma quello che lì sta accadendo non è ascrivibile ad un virus mutato e terribile. Per quanto riguarda l’aspetto immunologico, è possibile, viste le due mutazioni presenti sulla proteina spike, che questa variante riduca leggermente l’efficacia dei vaccini, come già visto nel caso della variante sudafricana, ma è altamente improbabile che riesca a renderli inefficaci.
Cosa possiamo fare quindi per affrontare con meno timori e angoscia le prossime settimane? Analizzare la situazione senza posizioni preconcette, lasciandoci guidare dai dati; continuare a rispettare le regole affinchè le aperture siano davvero definitive; e, soprattutto, non rifiutare il vaccino quando arriverà il nostro turno, perché solo così proteggeremo noi stessi e il Paese.

(Editoriale pubblicato su La Stampa)

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