di Gianni Castagnello

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Alessandria: Il tempo senza storia che dà titolo all’ultimo libro di Adriano Prosperi, è il nostro, ed è una sintesi efficace, come un titolo dev’essere, della tesi che l’autore argomenta ed illustra nel saggio pubblicato da “Einaudi” all’inizio di quest’anno: dalla fine del Novecento sta avvenendo la distruzione di una cultura che si manifesta come distruzione della memoria e perdita della funzione educativa, sociale e politica della storia.

Adriano Prosperi è uno storico noto e autorevole, formatosi all’Università e alla Scuola Normale di Pisa dove fu allievo di Delio Cantimori, dopo aver insegnato all’Università di Calabria e a Bologna, ha concluso a Pisa e alla Normale la sua carriera accademica. Si è occupato soprattutto del rapporto tra religione e società nella prima età moderna, studiando i movimenti eretici, il ruolo dell’inquisizione, il controllo delle coscienze. Ora Prosperi ha superato gli ottant’anni, ed è difficile non pensare a questo libro come ad un approdo professionale ed esistenziale per chi ha dedicato la propria vita allo studio della storia  e ne ha fatto la chiave di lettura del presente. Il suo sguardo  è lucido e partecipe nel descrivere la trasformazione epocale della cultura che, in questi ultimi decenni, sta creando orizzonti mentali e sistemi di valori lontanissimi da quelli delle persone che, come lui, sono nate e vissute ben addentro il Novecento.

E’ in atto un “allontanarsi vertiginoso del passato come effetto di una straordinaria accelerazione del processo di mutamento delle società umane”, e già Eric Hobsbawm notava come alla fine del “secolo breve” “la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti” fosse uno dei “fenomeni più tipici” dell’epoca, per cui “la maggior parte dei giovani, alla fine del secolo, è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico” ( Il secolo breve, 1995).

Il sapere storico mantiene un suo ruolo nell’industria culturale, è argomento di articoli, dibattiti, conferenze applaudite e libri di successo, soprattutto se la storia e i suoi personaggi sono un po’ aggiustati  per incontrare i gusti del pubblico, ma ha perduto rilievo per la formazione della coscienza sociale e politica, e laddove contribuisce a definire delle posizioni e degli orientamenti ciò avviene al prezzo di essere trasformato in una caricatura del sapere storico per un complesso di semplificazioni, omissioni e  forzature interpretative.

Nella generale difficoltà di selezione e trasmissione del sapere che investe la scuola in quest’epoca di profondi e rapidi cambiamenti, anche come materia scolastica la storia patisce una evidente emarginazione. Prosperi ricorda l’eliminazione della prova scritta di storia dall’esame di maturità del 2019, motivata con il rilievo statistico che da anni meno del 3% degli studenti sceglieva quella traccia, e collega questa decisione all’orientamento predominante dei poteri pubblici di formare persone che entrino relativamente presto nel mondo del lavoro per svolgere compiti tecnici ed esecutivi “che non richiedono cultura generale né buone letture”.

Non si tratta di nostalgia della scuola umanistica delle élite ma della convinzione che la scuola abbia per compito essenziale la formazione di cittadini liberi perché forniti di senso critico.

La scuola è anche l’ambito nel quale si possono rilevare le “intermittenze della memoria”, come recita il titolo della prima parte del libro. La memoria è l’eredità culturale che ogni individuo si forma grazie all’istruzione scolastica, ai libri, agli incontri e comporta una naturale selezione, perché “è la somma di quanto si ricorda e di quanto si dimentica”. Aggiungerei che è una carica di significato a determinare ciò che viene recepito nella memoria e ciò che ne resta escluso.

Se “Oggi – come afferma Prosperi – la trasmissione di ricordi e di esperienze da un’età all’altra, dai più vecchi ai più giovani, sembra aver smarrito i suoi canali”,  la scuola da un lato non può far conto su ciò che gli studenti dovrebbero sapere grazie a  questa naturale trasmissione e dall’altro deve in qualche modo ristabilire i canali della memoria (l’incontro con il testimone, la visita ai luoghi) che potranno dare esperienze significative ma inevitabilmente episodiche e artificiali.

Si desidererebbe che il libro, soprattutto nella prima parte, avesse maggior compattezza argomentativa mentre alcune digressioni sono amplificate e certi collegamenti associativi rendono poco lineare lo svolgimento, che tocca parecchie questioni cruciali del dibattito storico e poi converge sul dramma centrale della memoria europea: la Shoah.

Le recenti minacce e gli insulti alla senatrice Liliana Segre  sono per Prosperi emblematici di una stagione che vede l’aggressività verso chi è percepito come diverso non  più contenuta dalla coscienza di ciò che è successo in passato e dal timore di un giudizio etico collettivo.

D’altra parte, proprio questa stagione ha reso per Liliana Segre ineludibile il dovere della testimonianza, ed il suo racconto, che “non ha proprio niente di rasserenante né di liberatorio”, fa dileguare  “la leggenda degli italiani brava gente” e ci impone di assumere la responsabilità del nostro passato.

Proprio la combinazione, a cui assistiamo, di ignoranza storica e ritorno dei miti perversi del nazismo e del fascismo ha portato persone come Liliana Segre, Primo Levi e altri alla scelta, benché dolorosa, di “rendere pubblico il deposito della loro memoria”.

Non ci si può liberare di quel passato consegnandolo alla storia, al suo lavoro distaccato ed equanime, come voleva Ernst Nolte con un suo discusso intervento del 1986.

La Shoah – afferma Prosperi – ha messo in discussione l’intera civiltà europea con il suo “grande patrimonio di religioni, filosofie, miti credenze e tradizioni”. Anche le Chiese cattolica e luterana sono segnate dai silenzi e dalla collaborazione di fronte ai regimi totalitari.

Alla consapevolezza dello storico ripugna un’archiviazione di quelle tragiche vicende che non passi dall’averne indagato a fondo le cause e il legame che hanno con il presente: tuttora “Auschwitz è uno scoglio insuperabile  per qualunque vacua celebrazione del progresso”.

Per questo l’autore attacca con durezza la risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 20019 sull’importanza della memoria per il futuro dell’Europa: i conti fatti in modo sommario con il passato – ma quel documento non poteva essere un saggio di storia – rimanderebbero alla debolezza dell’Agenda per il futuro dell’Europa formulata da Von der Leyen, e agli imbarazzi e alle divisioni che attraversano il Vecchio Continente di fronte al problema epocale delle migrazioni.

La seconda parte del saggio traccia un profilo di storia della storiografia, dall’antichità fino al passato prossimo. E se nell’Ottocento lo studio della storia ha contribuito a creare i legami nazionali, dopo il 1945, con il contributo determinante della scuola degli “Annales”, gli storici hanno riproposto la centralità della loro disciplina come scienza degli uomini nel tempo, non al servizio dello stato ma capace di smascherare gli inganni del potere. Però i risultati notevoli raggiunti dalla storiografia non sono stati accompagnati dal riconoscimento del suo valore sociale, e così si arriva alla combinazione di ignoranza e indifferenza per la storia che il libro denuncia.

Le ultime pagine riprendono quella che mi sembra l’intuizione centrale del saggio, già espressa nella prima parte a proposito del rapporto tra i giovani e la storia. Scrive Prosperi: “Forse è proprio l’assenza di futuro che provoca una distorsione profonda nel senso del passato”. E nell’epilogo: “La domanda che il giovane più di tutti rivolge alla storia nasce dalla speranza … se la speranza muore, al posto della storia si cerca l’illusione, l’evasione o peggio, ci si affida agli inganni di ideologie che indicano la causa del problema nell’immigrato, nell’islam, nell’ebreo capitalista.”

Preziosa indicazione questa, a partire dalla quale si aprirebbe il vasto campo di ricerca su che cosa compromette oggi la prospettiva di futuro: dallo stravolgimento del lavoro che costringe a inventare percorsi non garantiti e ad accettare l’orizzonte della precarietà, al ricorrente, martellante, e purtroppo motivato annuncio di una catastrofe ecologica all’orizzonte che sconvolgerà e peggiorerà la vita delle comunità umane, dagli effetti della globalizzazione che impone una  faticosa rinuncia alle identità e ai paesaggi mentali costruiti nel passato per sostenere le proprie scelte di vita, alla fragilità delle democrazie che ormai a molti appaiono incapaci di garantire la collaborazione sociale e la sicurezza necessarie per il progresso civile.

Non mi avventuro neanche per cenni in questa analisi e chiudo notando che Prosperi, con la sensibilità di chi ha per tutta la vita coltivato gli studi storici, ci indica un aspetto inquietante e specifico del nostro tempo e ci avverte che con la perdita della storia viene meno per la democrazia un nutrimento essenziale che le ha consentito in passato di mettere radici nella cultura e nel sentire popolare.