ISRAL. Alessandria

Lo sciopero del 1961 
Per analizzare e comprendere le ragioni che portarono allo sciopero del 1961, è necessaria una breve retrospettiva sulla crisi che da anni attraversava la Borsalino e che aveva avuto inizio alla fine degli anni 40, favorita dalle politiche di protezionismo attuate dai principali importatori stranieri di cappelli, primi fra tutti gli USA. Di fronte alle pesanti barriere doganali che facevano levitare i prezzi dei propri prodotti, l’azienda, respingendo le indicazioni del sindacato di produrre modelli a costi accessibili destinati al mercato interno , fu irremovibile nella sua filosofia aziendale del “cappello di qualità ( o di lusso)” . Identificò invece la soluzione del problema nella riduzione della manodopera che, in effetti, era effettivamente sproporzionata alle sue esigenze produttive: nonostante l’opposizione del sindacato, gli organici vennero perciò progressivamente tagliati in maniera considerevole.

Perdurando comunque le difficoltà di vendita, la Ditta interpretò il fatto non come inevitabile risultato degli elevati costi dei suoi cappelli, dai quali non voleva recedere, ma come conseguenza alle”agitazioni operaie che hanno forzatamente rallentato le consegne alla clientela” (Verbali del Consiglio di amministrazione, esercizio 1952-53), imputando alla CGIL di aver contrastato l’accordo per il Conglobamento per fare dell’azienda il luogo privilegiato per la sua battaglia sindacale.. Ancora nella ricorrenza del centenario della ditta (Verbali del CdA, esercizio 1955-56), il Consiglio di amministrazione lamentava i soliti problemi emersi precedentemente, vale a dire l’aumento del costo delle materie prime e dei salari, una flessione delle vendite, la politica protezionistica francese, l’eccesso dei “contributi previdenziali ed assistenziali” . 

Agli inizi degli anni 60, vista con gli occhi degli operai, la crisi della Borsalino era ormai drammatica: nonostante le progressiva riduzione di dipendenti (scesi da 2286 a 1065 fra il 48 e il 60),realizzata per contenere le perdite legate alla costante flessione delle vendite sui mercati internazionali, i lavoratori non riuscivano ad avere un orario di lavoro regolare: i periodi di cassa integrazione e quelli di contrazioni dell’ orario si facevano sempre più frequenti e sempre più lunghi, riducendo i salari a ben poca cosa.

Nel 1960 la stipula, dell’Accordo interconfederale sulla parità salariale aveva fatto levitare il costo della manodopera in quanto l’azienda utilizzava soprattutto personale femminile proprio in ragione della sua retribuzione inferiore. I prodromi dello sciopero del 61 vanno ricercati pertanto nell’ insoddisfazione dei lavoratori nei confronti della prassi dei cosiddetti turni riduttivi che in alcuni periodi dell’anno riducevano le ore lavorative a ben poca cosa, con conseguenze pesantissime sulle retribuzioni.

Questo tipo di insoddisfazione era andato crescendo in fabbrica soprattutto nel corso degli ultimi anni. Nel 1958, in gran parte degli incontri con la Direzione, i rappresentanti degli operai avevano espresso preoccupazione per il perdurare della scarsità di lavoro e per le forti riduzioni di orario, come testimoniano gli stessi Verbali della C.I. 
“Il sig. Bellotti dice che vi è molta preoccupazione per la scarsità di lavoro”(12 febbraio) “I membri della C.I. tornano a segnalare il disagio della maestranza per i turni riduttivi di orario”(5 marzo) “La maestranza risente grandemente della attuale situazione di scarsezza di lavoro e di riduzione di orario”(30 aprile) “Sensibile numero di lavoratori in turno riduttivo”(9 ottobre) 
“Il sig. Bellotti asserisce che c’è un grande disagio e malumore nella maestranza per la scarsità di orario”(29 ottobre) L’anno successivo un drastico sfoltimento degli organici (in 150 lasciarono l’azienda) aveva in parte limitato l’entità dei turni riduttivi, cosicchè il ricorso alla cassa integrazione si era fatto più sporadico: tuttavia la C.I, aveva continuato a ritenere inadeguate le soluzioni della ditta per incrementare l’orario di lavoro, tanto più che tali soluzioni prevedevano il trasferimento dai reparti in nero, più salubri e meno faticosi, a quelli in bianco, poco graditi, se non detestati, da tutti.

 Le richieste che furono alla base dello sciopero del 61 erano già state formulate esplicitamente l’anno precedente, il 18 maggio, allorché la C.I. aveva presentato per iscritto una articolata “richiesta di miglioramenti economici” ., così strutturata: garanzia di 40 ore settimanali di lavoro retribuite incremento del premio di collaborazione da 2000 a 4000 lire, con ricaduta sulla tredicesima L’azienda, premessa la solita considerazione che “la quantità di lavoro dipende dall’entità delle ordinazioni” su cui influivano inoltre “le ricorrenti flessioni stagionali”, sottolineò l’assurdità di “una impresa economica che corrisponda la retribuzione anche sul lavoro non eseguito”. Inoltre ribadì che per la sua stessa natura di elargizione, il premio di collaborazione non poteva essere oggetto “di negoziazione alcuna” Si risolse comunque a concedere un’elargizione di 3500 lire per gli uomini e di 1500 per le donne . Il disagio ormai intollerabile per le pesantissime riduzioni di orario che avevano comportato la cassa integrazione nei mesi di febbraio, marzo, aprile, maggio, novembre e dicembre e falcidiato i già bassi salari, indussero gli operai (gennaio 61), a stilare, attraverso i propri delegati di reparto, una serie di richieste sostanzialmente simili a quelle dell’anno precedente. 

All’inizio di febbraio la C.I. prese nelle sue mani l’iniziativa. L’organo sindacale risultava così composto:Pietro Balbi,  Bruno Tomasetti, Pietro Drago e  Rita Forneris (CGIL)Vittorio Bellotti (CISL);Mario Buscaglia, Libero Lenti, esponente degli impiegati (Indipendenti).Gli esponenti delle tre correnti fecero pervenire(8 febbraio) ai membri della Direzione una lettera in cui “su mandato delle Sezioni sindacali di azienda CGIL,CISL ed Indipendenti” venivano avanzate due precise richieste: Un premio di rendimento assicurato per il cottimo, nella misura di lire 8000 rivalutabili annualmente La garanzia di un orario lavorativo garantito di 40 ore, in considerazione che a causa della ” discontinuità del lavoro nel corso dell’anno”, non si superava mai “la media di 32 ore settimanali” La ditta respinse il documento, affermando che non era disponibile a discutere con una Commissione interna nel ruolo di delegata, per cui il giorno successivo tre suoi membri, ciascuno in rappresentanza della propria organizzazione, cancellarono l’incipit della lettera attribuendo alla C.I. nella sua autonoma facoltà propositiva, la paternità della richiesta. La settimana successiva la lettera venne esaminata dalla Direzione che, dopo aver cercato di invalidarla ricorrendo a cavilli giuridici di vario tipo ed essersi sentita controbattere dalla C.I. che non era il caso di “badare alla forma”, dichiarò che grazie all’integrazione salariale “il guadagno effettivo dell’operaio supera le 38 ore”e che era comunque impossibile garantire le 40 ore dal momento che l’orario era vincolato dalla “quantità di lavoro da eseguire” . Quanto al cottimo affermò che “le nostre tariffe consentono un utile di cottimo grandemente superiore al minimo contrattuale” e che in ogni caso il contratto attuale era in vigore fino alla fine dell’anno, per cui i lavoratori erano “tenuti a rispettarlo”.

Premesso questo, la ditta si dichiarò disposta a “fare una concessione”, vale a dire concedere “un premio” della stessa entità di quello dell’anno precedente in cambio di “tranquillità e serenità del lavoro”, cioè dell’impegno a non scioperare. Il giorno successivo (8 febbraio) dopo che la C.I aveva fatto sapere che riteneva la concessione “insoddisfacente ed inaccettabile”, gli operai si diressero in corteo nel palazzo che ospitava gli uffici dei sindacati,”dove erano convocate le assemblee indette da CGIL e CISL” Qui presero la parola i due principali esponenti della C.I., Balbi per la CGIL e Bellotti per la CISL. Scioltisi gli assembramenti, la C.I. tornò in fabbrica per tentare di comporre la vertenza: la Borsalino presentò una nota dalla quale si evince che la Ditta era disponibile a corrispondere un premio di collaborazione di 500 lire – “eventualmente fino a 800?” – se fosse stata abbandonata la pregiudiziale della garanzia di orario. Condizione inaccettabile per la C.I. che promosse la continuazione dello sciopero per tutta la giornata successiva (sabato) mentre una delegazione si recava dal prefetto e la domenica successiva dal presidente della provincia e dal sindaco.

Nella conferenza stampa tenuta nel pomeriggio, fatto davvero insolito, prese la parola anche l’esponente degli Indipendenti Buscaglia che si associò ai colleghi della C.I. nel descrivere la grave situazione di disagio economico dei lavoratori. (L’Unità, 12 febbraio)Dal 14 febbraio al 18 marzo gli scioperi paralizzarono lo stabilimento per l’intera giornata, mentre la Direzione subordinava ogni tipo di confronto con la C.I. alla ripresa immediata del lavoro. Da parte loro CGIL e CISL dichiararono in un incontro con alcuni esponenti dell’Ufficio del lavoro che “i lavoratori non esamineranno offerte di elemosina” . Dal giorno 18 partirono varie iniziative di solidarietà in favore degli scioperanti: negozianti ed ambulanti effettuarono versamenti sia in generi alimentari che in denaro” , mentre il 21 febbraio l Consiglio comunale di Alessandria deliberò lo stanziamento di “un milione di lire in favore dei lavoratori” .

Lo stesso giorno la C.I. rese pubblica la volontà degli operai di proseguire lo sciopero per altri due giorni., mentre da parte sua la Borsalino promosse l’affissione di manifesti in cui veniva “confutata la legittimità delle rivendicazioni” Per rispondere, i sindacati indissero la domenica mattina un’ assemblea aperta alla cittadinanza in cui Balbi e Bellotti esposero le ragioni dei lavoratori definite di “supersfruttamento e sottosalario” (L’Unità, 26 febbraio) Giunti al sedicesimo giorno di sciopero, da parte operaia si cominciò ad ipotizzare la possibilità di un’occupazione della fabbrica (lUnità, 1 marzo), che venne manifestata dai rappresentanti sindacali al Prefetto nell’incontro del 6 marzo. Due giorni dopo si registrò una spaccatura nel Consiglio comunale, allorché DC e PSDI rifiutarono di votare un ordine del giorno delle sinistre in appoggio agli scioperanti, mentre il 9 scattò un’azione repressiva da parte di polizia e carabinieri contro gli scioperanti che manifestavano sotto le finestre della villa del “padrone”.

L’azione avveniva nella tarda serata dopo che quasi 700 operai, nel primo mattino, si erano riuniti nel cortile della fabbrica dove avevano sostato, pur senza entrare nei reparti, fino alle 12. Evidentemente l’azione aveva fatto temere ai dirigenti della Borsalino che gli operai intendessero mettere in pratica la minaccia di occupazione Così raccontava Vittorio Bellotti, membro CISL della C.I, in un’intervista rilasciata nel 1977:“Avevamo subito una carica dei carabinieri, all’angolo di via Cavour, davanti al Bar Carpano, unicamente perché con dei fischietti i lavoratori avevano rumoreggiato sotto la villa del padrone Usuelli:, qualcuno avvisò i carabinieri che ci caricarono.

Un tenente dei carabinieri si era messo la fascia tricolore, fu suonata la tromba e dopo alcune parole d’ordine ci piçchiarono con i moschetti impugnati alla rovescia. lo ad esempio ho tenuto un braccio indolenzito per diversi anni.” Su richiesta dei sindacati, il ministro Sullo convocò per il giorno 14 le parti sociali: della delegazione operaia fecero parte anche i due membri della C.I. Balbi e Bellotti. Mentre i sindacalisti “si dichiararono disposti ad un arbitrato sulla base di cifre sensibilmente inferiori a quelle rivendicate” la Borsalino continuò a manifestare la propria indisponibilità.

Quando la notizia arrivò in città, gli operai ripresero le azioni di picchettaggio , che sfociarono in alcuni casi in violenze contro i “crumiri” cosa che indusse finalmente la ditta a venire incontro alle richieste dei lavoratori, accettando la mediazione del ministro del lavoro.Il 18 fu siglato l’accordo grazie al quale vennero corrisposti un premio di collaborazione di 4.300 lire mensili e una erogazione una tantum di 5000 lire per gli uomini e di 4000 per le donne (Verbali della C.I, 1 marzo), molto più di quanto inizialmente la Borsalino era disposta ad erogare, ma certamente molto meno di quanto chiedevano i lavoratori in materia di orario garantito e aumenti salariali . La vertenza si chiudeva così con una sostanziale vittoria della ditta che se la cavava ancora una volta col meccanismo del premio di collaborazione, con la solita erogazione e riceveva inoltre il plauso del ministro che ne lodava”lo spirito di sacrificio” (La Stampa, 17 marzo).

 L’articolazione degli scioperi fu la seguente: Data Orario dello sciopero Numero medio degli scioperanti su 930 dipendenti 8 febbraio 4 ore al pomeriggio 650 10 febbraio 4 ore al pomeriggio 11 febbraio 5 ore al mattino 13 febbraio 1 ora al pomeriggio dal 14 febbraio al 18 marzo tutto il giorno (8 ore) Convinta di avere la situazione sotto controllo, la Ditta , di lì a pochi giorni, dette inizio, forse inopinatamente, ad una serie di spostamenti di personale che la C.I. interpretò come “misure repressive” nei confronti di dipendenti che si erano segnalati per il loro attivismo durante gli scioperi.

La Direzione smentì sostenendo che si trattava di misure temporanee “per necessità di rimediare a fratture verificatesi nel ciclo di lavorazione a causa della lunga astensione dal lavoro” oltre che ad esigenze tecniche di addestrare il personale a differenti attività produttive in vista di prossimi pensionamenti. In realtà si stavano ristrutturando i reparti in previsione dell’uscita dall’azienda di un certo numero di dipendenti, fra i quali la priorità veniva senz’altro data a quelli che si erano maggiormente segnalati come “agitatori”

Questo fatto emerge abbastanza chiaramente quando la Direzione , a proposito di cinque operai prossimi al licenziamento volle precisare, per smentire l’affermazione della C.I., che almeno uno di essi risultava “personale non scioperante”. La questione esplose a maggio, allorchè il membro CGIL della C.I., Balbi, a nome della C.I., domandò chiarimenti in ordine “ai prossimi licenziamenti per riduzione di personale” , chiedendo alla ditta che, in considerazione del fatto che i lavoratori avevano lasciato cadere la richiesta dell’orario settimanale garantito, lasciasse “le cose come sono”.

La sensazione della C.I. era che i licenziamenti fossero “una rappresaglia politica e sindacale e di rivincita da parte dell’azienda nei confronti dei dipendenti che hanno saputo condurre vittoriosamente la loro lotta” . Da parte sua l’azienda ribadì che non vi erano soluzioni differenti dalla riduzione del personale per risolvere il problema della scarsità di lavoro, precisando che “pur avendo ( a norma di contratto) ampie facoltà di licenziare 85 dipendenti” si sarebbe limitata a “risolvere il rapporto solo con 57 o 58″.

A questo punto Balbi, con una durissima dichiarazione – “Sarà svolta una pesante azione di forza, senza esclusione di mezzi” – diede il via alla più nota vertenza della Borsalino, che ebbe ampi echi su tutta la stampa nazionale. Sullo sviluppo degli eventi dobbiamo accontentarci di alcune brevi osservazioni presenti nei Verbali della C.I. , dalle parole di due dei protagonisti, Pietro Balbi e Vittorio Bellotti e dai resoconti dei giornali dell’epoca. Lo scontro ebbe inizio il giorno 8 attorno alle ore 10, allorchè “una parte di operai, assecondata da personale disdettato“ (che aveva ricevuto la lettera di licenziamento) entrò in sciopero.

Qualche ora – come racconta lui stesso – Balbi si era fermato con gli altri attivisti davanti ai cancelli principali e insieme a loro aveva cercato di indurli a non entrare in difesa dei 58 licenziati. Tutto era stato inutile, perché poco per volta i lavoratori si erano diretti al lavoro. Il sindacalista della CGIL allora, prese la decisione di compiere un gesto clamoroso:” Io non sapevo più a cosa pensare, ero esasperato, demoralizzato. Mi sono avviato oltre canale cercando di escogitare qualche cosa per risvegliare la sensibilità dei compagni. A caso lo sguardo si posò sulla ciminiera. Non ho avuto più nessun dubbio” (Intervista del 1971) Di lì a poco dal compagno di lavoro e di corrente sindacale Baseggio, che figurava fra i licenziati, lo raggiunse sulla piattaforma più alta della ciminiera della Borsalino.

Questo clamoroso gesto dimostrativo indusse gli operai all’astensione in massa dal lavoro. Lo sciopero si protrasse per l’intero pomeriggio e il mattino successivo, martedì 9, dopo una iniziale azione di picchettaggio, “cortei di scioperanti entrarono nei Reparti “per impedire il lavoro”; successivamente “100 persone” occuparono in due riprese la fabbrica, dalle 12 alle 14 e dalle 18 in poi.Nel frattempo dalla piattaforma su cui si erano asserragliati, Balbi e Baseggio facevano pervenire uno scritto in cui affermavano:”Rimarremo quassù fino a quando non avremo ottenuto la revoca dei licenziamenti. Da giovedì non accetteremo più cibo. Dite alla direzione della Borsalino di non sottovalutarci” (L’Unità, 10 maggio).

Poichè gli scioperanti apparivano determinati ad occupare la fabbrica fino al mattino successivo , la Direzione da una parte denunciò i due operai per “occupazione di suolo privato” e dall’altra minacciò di chiedere l’intervento della forza pubblica. A questo punto, per evitare un ulteriore accrescimento della tensione, il sindaco Basile procedette alla requisizione della fabbrica, fatto che indusse gli operai a cessare l’occupazione, mentre Balbi e Baseggio scendevano fra le ovazioni dalla ciminiera. L’azione del sindaco Basile fu dettata da senso di responsabilità in quanto era prevedibile un’azione di forza da parte della forza pubblica, come confermò a suo tempo l’esponente CISL della C.I. Vittorio Bellotti: “La magistratura e la polizia stavano predisponendo la loro entrata in fabbrica per cacciarci con la forza.
Il Sindaco di allora, Basile sapeva che alla Borsalino c’ era gente decisa e preparata allo scontro, avevamo infatti bastoni, avevamo anche sbarrato le porte, ci eravamo preparati una strategia difensiva; allora nacque in Comune l’idea della requisi­zione in difesa dell’ ordine pubblico ed anche per evitare un possibile massacro…..

Se quindi non fosse intervenuto il sindaco con la requisizione sarebbe stato difficile evitare uno spargimento di sangue; se non ci fosse stato il Sindaco i carabinieri ci avrebbero attaccato, la direzione infatti aveva già chiesto, attraverso la magistratura, il loro intervento per ritornare in possesso della fabbrica occupata.” 
La requisizione dell’azienda aveva trovato concordi non solo i partiti della giunta di sinistra ma anche la stessa DC e fu motivata dall’esigenza “di conseguire il pacifico sgombero della fabbrica” Il giorno successivo (10 maggio) le organizzazioni sindacali proclamarono uno sciopero generale dalle 12 alle 24 che arrestò il lavoro in tutte le aziende, negli uffici pubblici e in tutti i negozi.
Nel contempo la Borsalino aveva fatto formale opposizione al provvedimento di requisizione, accusando il sindaco di eccesso di potere e di azione illegittima, minacciando che eventuali danni allo stabilimento “sarebbero stati addebitati personalmente al sindaco” .
La questione venne sottoposta al prefetto che il 12 maggio revocò l’ordinanza del sindaco ritenendo “il provvedimento illegittimo per violazione della legge ed eccesso di potere” (La Stampa, 13 maggio). Sabato 13, alle ore 9, il sindaco dovette perciò provvedere alla riconsegna dello stabilimento, mentre l’unità sindacale si spezzava improvvisamente con la presentazione da parte di 317 dipendenti di un esposto al prefetto in cui i sottoscrittori si dicevano danneggiati dall’azione sindacale che aveva impedito loro di lavorare Il successivo lunedì 15, il lavoro riprendeva regolarmente per permettere ad alcuni esponenti della C.I. di recarsi a Roma per conferire col ministro del lavoro ed ottenere la revoca dei licenziamenti. In effetti, alle ore 14 del giorno successivo si arrivò alla ” composizione della vertenza a Roma”. 
Quali erano stati i termini dell’ accordo? La mediazione del ministro del lavoro, stabilì che dei 58 dipendenti da licenziare, solo otto sarebbero stati scelti fra personale attivamente in servizio e che gli altri sarebbero stati tratti da una lista di operai già fruitori di pensione o prossimi al pensionamento.
La vertenza che si concludeva così con un altro successo della Borsalino, aveva tuttavia favorito a livello sindacale la fine della politica filoaziendalistica della CISL, ponendo le basi per le future iniziative a carattere unitario. Al di là di questo l’azienda riuscì comunque nel suo intento di ridurre il personale: alla fine dell’anno gli organici scesero di 135 unità per cui l’azienda contava ormai meno di mille dipendenti.  

foto Piercarlo Fabbio