Del superamento del regionalismo italiano, di Angelo Marinoni

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Alessandria: Si rimane perplessi al limite dello stupore nel verificare come la classe politica non voglia prendere in considerazione l’evidenza del fallimento del progetto regionale nella sua ultima definizione costituzionale: credo che si debba avere il coraggio di dichiarare chiusa l’esperienza regionale italiana, una esperienza che, sicuramente, aveva delle potenzialità e che, mi spingo all’ipotesi, se fosse rimasta nel solco del disegno costituzionale avviato nel 1970, sarebbe potuta essere una notevole esperienza amministrativa.

Le scelte fatte con la variazione, non necessaria, del titolo V negli anni Novata del secolo scorso hanno compromesso quanto di buono c’era nel regionalismo italiano ed ora gli effetti sono devastanti, perchè laddove le regioni hanno vera responsabilità amministrativa e finanziaria (come le Province Autonome) allora si hanno dei risultati, laddove l’autonomia finanziaria è solo un’autorizzazione in bianco alla spesa secondo modelli gestionali confezionati il risultato è stato drammatico.

L’esperienza “covid” cambierà molte cose che non dovevano cambiare, ma pare che non cambino l’unica cosa che non doveva davvero tornare come prima: il modello regionale.

La difficile gestione dei trasporti, la compromessa e disomogenea gestione del sistema sanitario non dipendono (solo) dalla qualità degli amministratori, ma dalla capacità di una norma e di un regolamento di essere efficaci. Il dlgs 422/97 (che ha regolato la regionalizzazione dei trasporti), per esempio, non ha funzionato. Non può funzionare perchè pone un punto di vista locale in un ambito complessivo ancorchè strumentale. E’ come prendere un binocolo fisso, accorgersi che esso inquadra solo un pezzo del panorama, e sperare che cambiando l’osservatore questo inquadrerà tutta la vista.

Vi è un aspetto, non secondario, poi che vede il regionalismo attuale del tutto scisso dal contesto socioeconomico sul quale dovrebbe funzionare. Le regioni cosi’ come le colorano con pervicace insistenza i governi nazionali in buona parte non esistono, il loro non esistere prima della riforma del titolo V era compensato dalla poco significanza che quei contorni avevano negli affetti organizzativi, nel momento in cui quelle linee sulla carta sono divenuti confini il sistema è collassato e il covid non ha fatto altro che ingrandire l’inquadratura sul malfunzionamento di un sistema che costa in termini economici e sociali molto più di quanto offra.

La spesa sanitaria è significativamente aumentata a fronte di una riduzione importante di ricettività, allo stesso modo la spesa sui trasporti è aumentata a fronte di una concentrazione di servizio quasi ridondante in alcune aree metropolitane ed una sostanziale desertificazione di quelle che sono considerate periferie e costituiscono parte predominante, per estensione, del territorio nazionale.

Il Piemonte è una espressione geografica (prendendo a prestito una efficace espressione del Metternich), come la Basilicata o il Lazio; Brescia, Verona e Mantova sono lo stesso tessuto, Milano finisce a Alessandria e confina con Genova sempre in Alessandria.

I corridoi territoriali ci hanno rivelato come la Via Emilia inizi a Lodi, quindi a Milano e finisca a Ancona e come da Domodossola a Genova ci sia un corridoio territoriale: che senso hanno le regioni colorate in tutto questo? Quale rispondenza ha il sistema regionale alle esigenze di questo paese? Non ultimo, quanti danni ha già fatto e quanti possiamo ancora sopportarne?

Questo non vuol dire ritornare allo stato centralista (anche se centralizzare alcune scelte è chiaramente indispensabile ed anche in questo caso l’esperienza della pandemia è dimostrativa), ma ridisegnare completamente l’attuale impostazione partendo da uno svuotamento delle regioni verso lo Stato sulla sanità e verso le Province rispetto alle altre competenze, province che riescono a estrinsecare più facilmente servizi rispondenti al territorio e a legarsi, consorziarsi, unirsi o federarsi in funzione della dinamica socioeconomica e non di linee tirate sulla carta geografica.

Le dinamiche sociologiche in sinergia con quelle economiche mutano i loro confini, lo studio dei corridoi territoriali, come insegna Luca Garavaglia (città dei flussi, Ed. Guerini e Associati 2017) rivela come i territori crescano intono alle linee di comunicazione e sia ormai tramontata la società convergente su isolati punti attrattori.

La dinamica sociale si muove da un punto attrattore all’altro lungo un insieme, spesso lineare, di territori contigui, dimostrando, peraltro, la congruità degli esempi citati: Brescia – Verona – Mantova, la via Emilia, Milano – Pavia – Alessandria e Alessandria – Genova, Genova – Alessandria – Sempione

Nella città fra i due fiumi afferiscono più corridoi che appartengono a regioni ordinarie diverse e questo implica un ulteriore ragionamento su quegli ambiti che fanno da perno rispetto al complesso meccanismo dei corridoi territoriali.

Alessandria (intesa come area vasta da Casale a Ovada e da Tortona a Nizza Monferrato) è il perno dei corridoi verso Milano, verso la Svizzera, verso Genova e verso il Piemonte e diventa, quindi, meritevole di una particolare riflessione e autonomia gestionale come, del resto, il sistema socioeconomico tende a fare naturalmente con lo sviluppo della retroportualità, la dinamica geografica del sistema universitario, il flusso sociale (inteso come migrazioni interne, pendolarismo e spostamenti sistematici).

Jurij Gagarin dallo spazio disse che da lassu’ non vedeva confini, quella lezione non è mai stata compresa ed ancora adesso, persino nello stesso paese, ragioniamo sulle carte geografiche e non sulle persone confondendo la toponomastica con la sociologia. Siamo ancora in tempo per cambiare metodo.