Il dopo Covid delle democrazie, di Agostino Pietrasanta

Editoriale Agostino Pietrasanta

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Alessandria: Il 4 aprile del 1933, poche settimane dopo l’avvento di Hitler in Germania, il Segretario di Stato Vaticano, Eugenio Pacelli chiese al nunzio Orsenigo, suo successore a Berlino, di intervenire presso il governo tedesco al fine di frenare gli eccessi antisemiti. Il nunzio rispose che l’antisemitismo per le autorità tedesche costituiva elemento costitutivo delle istituzioni statuali e dunque ogni intervento  in merito avrebbe costituito una indebita ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. 

Certo nel 1933 non si poteva prevedere dove avrebbe portato il programma nazista circa la distruzione degli Ebrei d’Europa, tuttavia (meglio, proprio per questo!) l’episodio mi è parso, senza valutazioni critiche particolari, ma come di spontanea reazione, di associarlo ai comportamenti dell’Europa a fronte alle deviazioni autoritarie e arroganti di alcuni dittatori medio orientali cui, dopo un sussulto di dignità nei confronti di Erdogan, si è adeguato anche Draghi nello specifico della egiziana vicenda Zaki. 

Ora c’è un bel dire che l’Europa non esiste per la persistente politica persino conflittuale di cui i ventisette Stati che dovrebbero farne parte, pongono in essere un giorno si e l’altro pure, ma le istituzioni di Bruxelles riescono anche a fare danno. Certo non si può prevedere dove porterà la politica degli Stati autoritari succitati, ma certe decisioni andrebbero attentamente valutate; coprirsi con la motivazione di indifferenza o peggio di rispetto delle politiche di uno Stato sovrano potrebbe condurre proprio all’imprevedibile. 

Peraltro, e sia detto di passaggio, il nazionalismo turco è già stato protagonista in passato di un ben noto genocidio, quello degli Armeni.

Si potrebbe anche dire che tutto va contestualizzato, ma certe radici totalitarie possono risolversi e si sono spesso risolte nelle stragi e nelle devastazioni.

Stavo facendo queste valutazioni un po’ a caso (!) quando mi è capitata tra le mani una notizia che mi permetto di giudicare inquietante. Il famigerato trafficante di armi e esseri umani Bija non solo è stato scarcerato dopo alcune lievi condanne per le sue malefatte, dalle autorità libiche, ma è stato promosso maggiore della guardia costiera, dandogli ogni più ampia possibilità nel traffico di poveri disgraziati che cercano di fuggire dalla fame, dalle torture e dalla morte. Si tratta, sia detto per contentino, di quel figuro che nel 2017 (il governo era di centrosinistra) venne accolto in Italia nella ricerca di soluzioni per gli sbarchi della immigrazione anche irregolare. Bene, anche in questo caso tolleranza compatta dell’Europa; indifferenza e disinteresse, le uniche motivazioni di buon accordo tra i ventisette. Non solo: tutta la stampa, allineata e coperta e…taciturna (sarei felice di essere smentito); il solo quotidiano di “ispirazione cattolica” vi ha dedicato ampio spazio nel numero dello scorso 13 aprile.

Ne trarrei alcune valutazioni. Di traffici sulla pelle degli immigrati non si parla quasi più, le vicende della pandemia tengono inevitabilmente l’attenzione sui pericoli che stiamo correndo, eppure proprio la questione immigrati potrebbe introdurci a ripensare  la debolezza dei destini dell’Europa e della tenuta democratica degli Stati che ne fanno parte. Si può ipotizzare, con credibile previsione, che le conseguenze devastanti della attuale situazione sanitaria avranno un impatto molto più marcato sui Paesi di provenienza dei profughi e dei clandestini. Tutto ciò porterà a una pressione maggiore, e anche di molto, dei traffici umani e un consistente peggioramento dell’emergenza sociale e di conflittualità sugli stessi confini d’Europa dove le diseguaglianze che si vanno velocemente aggravando stanno facendo i loro disastri. Ora è ben noto che il conflitto si risolve quasi sempre nella deriva autoritaria e è anche costante dei percorsi storici che quando c’è malessere si trova sempre un colpevole e quasi sempre il rimedio nella soluzione autoritaria. Personalmente penso che tale premessa sia ben più pericolosa per le democrazie di quanto non lo siano le metodologie seguite per i provvedimenti di chiusura e isolamento posti in essere negli ultimi mesi; certo si sono verificati discutibili e discussi episodi di assenza degli istituti democratici a cominciare dai Parlamenti, ma è soprattutto sul conflitto sociale che si possono temere i futuri percorsi antidemocratici.

Dopo l’emergenza Covid tutto sarà più difficile e rischiamo sul serio di uscire peggiori. Tuttavia mi permetterei un ulteriore e ultimo  passaggio. Il complesso delle vicende andrà a impattare, dovrebbe essere ben noto, su una debolezza strutturale dei percorsi europei; e tutto per ragioni storiche ben precise in ordine alle tappe delle conquiste democratiche. Si tratta di tappe percorse in autonomia dai vari Stati nazionali: un sano nazionalismo in Europa è stato lo spazio e il luogo degli esiti costitutivi dei diritti individuali personali e collettivi. Ora una parte dei ventisette costituiscono, per l’appunto, il luogo delle conquiste democratiche attraverso la formazione delle nazioni e una parte la democrazia non l’hanno mai conosciuta. Difficilmente da un seme inadeguato escono frutti adeguati, dal momento che anche le nazioni democratiche, lo sono come tali attraverso i percorsi nazionali e dopo una reazione legate alle conseguenze della guerra e dopo l’entusiasmo dovuto alla presenza di alcune straordinarie personalità, le riprese nazionaliste si sono imposte nel passare dei decenni.

A fronte di tutto questo mancano strumenti di valutazione e di formazione di quanto si sta prospettando; manca in definitiva la parte più urgente, la formazione. Vogliamo parlarne?