Lo osservava ridere dalla panchina del giardino condominiale.
Si era ritirato nel patio bianco insieme agli altri, alcuni seduti sulle seggiole e gli ultimi arrivati in piedi, piegati in avanti sul tavolo o appoggiati al pannello. Tutti con le facce attente, i sorrisi aperti e gli occhi accesi. Anche loro guardavano l’uomo che come sempre calamitava l’attenzione. Il bicchiere di whisky nella mano destra era salito un terza volta alla bocca per tornare delicatamente sul ginocchio.

Ogni tanto distoglieva lo sguardo da lui per andare ai decori floreali che aveva ridipinto per coprire la ruggine dopo anni sotto la pioggia. Poi tornava a contare i sorsi. La mente corse indietro:

«Nessuno vernicia come te, Tiziano» gli aveva detto tre giorni prima quando aveva visto il lavoro, «però devi passarci un’altra mano, due non bastano» una pacca sulla spalla e si era allontanato con gli occhi porcini.

«Ho finito la vernice e non mi hai ancora rimborsato» aveva borbottato alla schiena dell’uomo, il giornale appallottolato fra le dita. Sulla pagina, la foto di un’altra ragazza uccisa dal branco si accartocciò funesta.

«Cos’hai, paura di perdere i tuoi venti euro?» gli occhi in fuga, aveva dondolato la mano sbrigativo e si era avviato all’ascensore. Tiziano non aveva potuto fare altro che comprare un nuovo bidone di bianco. I muscoli gli facevano un male cane.

Quando l’uomo aveva alzato la voce per richiamare l’attenzione e l’applauso per il magnifico lavoro del pittore, si era imbarazzato. Aveva incespicato sulle parole, «sta cercando di dire che non vuole essere pagato» lo sfotteva e tutti avevano riso. Poi Tiziano aveva smesso di respirare, disorientato dalle ultime parole appena pronunciate. Non poteva crederci, era come se gli avesse inviato un messaggio: sapeva che lui sapeva.

Seduto sulla panchina, Tiziano chiuse le mani a coppa sul grembo. In quel momento l’altro si voltò dalla sua parte e incrociò il suo sguardo. Gli occhi divennero una punta di spillo, il sorriso un filo rosa piegato all’insù. Sollevò il bicchiere mezzo pieno in un gesto fin troppo eloquente.

Sotto lo sguardo attento di Tiziano, bevve un nuovo sorso, piegò la bocca e allargò il colletto della camicia. Fingeva di ascoltare la battuta perché tutti ridevano, bevve ancora e sciolse il collo, poi cercò aria con più decisione. La prima convulsione lo prese alla sprovvista, sgranò gli occhi più per la sorpresa, gli altri sembrarono voltarsi al rallentatore. Il dolore arrivò violento e lui si portò le mani alla gola. Era solo questione di secondi. Fece in tempo a incrociare gli occhi di Tiziano che scoprì le mani e mostrò il suo bicchiere vuoto scambiato durante gli applausi. La luce si spense, fuori uno, pensò, per il branco era appena iniziata la fine.

Michela Santini

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