Andrea Scanzi: Lorenzo Sonego, a Roma, ha realizzato un capolavoro

Quel che ha combinato Lorenzo Sonego a Roma non avrebbe potuto immaginarlo nessuno. Neanche lui. O forse lui sì, ma perché alla vittoria ci crede fino alla fine. Anche quella più impossibile. 

La strana abbondanza dell’Italtennis maschile fa sì che di Sonego, 26 anni da Torino, si parli poco. Tra i nuovi (quindi Fognini a parte) c’è Sinner, che può arrivare in cima al ranking e vincere tutto. C’è Berrettini, che vale la fascia 7/15 al mondo e magari può salire ancora. E poi c’è Musetti, il più “bello” dei quattro, anche se l’estetica è nel tennis croce e delizia: chiedere a Leconte, Gasquet o Shapovalov. 

Ripensando alla più grande squadra di Coppa Davis italiana prima di questa, ovvero quella che trionfò 45 anni nel Cile insanguinato da Pinochet, Sonego riveste a oggi il ruolo dello Zugarelli. In qualsiasi altra epoca sarebbe stato la star, e Dio solo sa quanta penuria c’è stata dai tempi di Panatta a questi, ma oggi va così. E a Sonego va bene così, perché le luci della ribalta non le ha mai inseguite. Al massimo ci si è trovato ogni tanto dentro.

Prima della sua deflagrante semifinale a Roma, era plausibile immaginare per lui una carriera da top 20. Un percorso alla Seppi, alla Gaudenzi, alla Furlan. Un gran bel percorso. Ora è forse lecito persino sperare in qualcosa di più. Sarebbe clamoroso se Sonego vantasse a fine carriera un best ranking migliore a quello di Sinner o Berrettini, ma la Race – la classifica che tiene conto solo dei risultati del 2021 – dice molto Berrettini è 9, Sinner 10, Musetti 34. E Sonego? Addirittura 13 al mondo. Inaudito. Nel ranking “canonico” è invece 28: il suo record, per ora.

Sonego non eccelle in nulla, ma non difetta in niente. Mentalmente fortissimo, atleticamente in stato di grazia, bel rovescio bimane (cresciuto tanto negli anni), servizio e dritto molto buoni. Ha vinto due titoli Atp, uno nel 2019 (sull’erba!) e uno quest’anno. Quarti a Montecarlo e ottavi al Roland Garros (nel 2020). A Roma ha battuto Thiem e Rublev, e non batti mai due top ten di fila a Roma per caso. Sonego non è una meteora: non è Caratti e non è neanche Cecchinato (con tutto il rispetto).

E’ stato sontuoso anche nella semifinale persa con Djokovic. Nole doveva lavare nel sangue la macellazione patita a fine 2020 nei quarti di Vienna. Lorenzo lo divelse 6-2 6-1: la peggiore sconfitta due set su tre nella carriera di Djokovic. Il serbo ha ottenuto vendetta, ma non certo passeggiando. Sonego ha strappato il secondo set al tiebreak, e quel Sonego lì è un tennista che può (quasi) tutto. Djokovic ha via via esultato nella sua maniera peggiore, urlando come un indemoniato e sgranando gli occhi matti da Lendl efferato a fine secondo set. Uno spettacolo esteticamente riprovevole, che dice però molto su quanto Nole – campione enorme – abbia dovuto alzare il livello per spezzare Sonego. 

Quello che, per il grande pubblico, prima di sabato neanche esisteva. Quello che, per tanti appassionati, era “il sosia di Ralph Macchio”. Quello che, parafrasando De André e Bubola, dopo Roma può sognare talmente forte da farsi uscire il sangue dal naso.

(Ieri sul Fatto Quotidiano)