La lotta al caporalato in Italia è ancora in corso, ma negli ultimi anni in molti si sono spesi per risolvere questo dramma sociale ed economico.

Le alternative allo sfruttamento dei braccianti in agricoltura esistono, come quelle dell’associazione No Cap che ha lanciato la prima filiera etica in Puglia, Basilicata e Sicilia e distribuisce ormai i prodotti in tutta Italia anche in virtù della collaborazione con Good Land, ma esistono anche realtà più piccole che promuovono un modello di lavoro agricolo sostenibile per l’ambiente e rispettoso dei diritti dei lavoratori, spesso in territori complessi, come SfruttaZero o SOS Rosarno.
Tutte queste esperienze, insieme e spesso in dialogo fra loro contribuiscono a costruire un’alternativa concreta al caporalato ed evidenziano nuove strade di integrazione.

Ghetto Out-Casa Sankara è una organizzazione di volontariato che si è costituita il 14 gennaio 2016 per continuare il lavoro già avviato sin dal 2012 in modo informale da un gruppo di migranti africani, impegnati nella creazione di una realtà alternativa al ghetto dove poter vivere e progettare un percorso legale e dignitoso di inserimento economico e sociale.

“Abbiamo da diversi anni in gestione l’azienda agricola Fortore, sita in agro di San Severo, in concessione da parte della Regione Puglia, in cui negli anni abbiamo accolto centinaia e centinaia di migranti. Sin da subito abbiamo voluto chiamare questo luogo Casa Sankara e poi dal 2018 lo abbiamo ridenominato “Casa Sankara-Centro Stefano Fumaruolo” in omaggio a colui che più di tutti ha creduto in noi e ci ha sostenuti fino all’ultimo giorno di vita.”
Oggi la struttura è dotata di una foresteria che, a
distanza di 8 mesi dall’inaugurazione, prende vita e gli occupanti della tendopoli che insiste sui terreni di Casa Sankara, hanno iniziato a trasferirsi nei moduli abitativi.

100 abitazioni che potranno accogliere 400 migranti; ad oggi già 280 stanno prendendo possesso dei loro nuovi alloggi, gli altri sono al momento ospiti dell’Arena di San Severo, struttura che lasceranno nei prossimi giorni. A questi 400 posti, se ne aggiungo altri 100 già esistenti da diverso tempo a Casa Sankara.

La foresteria, progetto finanziato dalla Regione Puglia, è un modo per dare un posto dove poter vivere ai tanti migranti che popolano le campagne della Capitanata, ma anche per sottrarre manodopera al caporalato.
Mbaye Ndiaye Presidente dell’associazione: “Casa Sankara dà la possibilità alle persone di uscire fuori dai ghetti e di entrare nella legalità.”

“Realizziamo progetti in partenariato con le istituzioni e gli enti territoriali preposti alla tutela dei diritti dei lavoratori, nonché dei diritti alla cura e alla salute. Sono inoltre attivi in diversi progetti a carattere socio-culturale, finalizzati da Regione Puglia finalizzati a realizzare scambio e contaminazione culturale e realizzare una maggiore conoscenza degli ospiti della struttura.”

“All’ingresso della struttura campeggia un grande murales con il ritratto di Thomas Sankara del quale abbiamo adottato una delle sue tante frasi celebri pronunciate nel suo impegno per l’emancipazione dell’Africa e degli africani: “Lo schiavo che non prende la decisione di lottare per liberarsi merita completamente le sue catene, questo è un modello per chi vive nel ghetto e vuole uscirne. Si lavora in modo regolare e non si è vittima dello sfruttamento.”

Associazione Casa Sankara è un progetto di inclusione che parte proprio dai braccianti.
L’idea è quella di coltivare il terreno circostante Casa Sankara, circa dieci ettari, impiegando gli stessi abitanti del centro di accoglienza, in modo da evitare ogni tipo di caporalato. Semina, produzione e raccolto a cura di Mbaye Ndiaye e dei “suoi uomini”.

Il prodotto raccolto (stimati circa 10mila quintali) passa poi nelle mani della cooperativa campana Due Palme, della famiglia Ferrara che a sua volta affida la produzione, come spiega Salvatore Ferrara, presidente della cooperativa, alla Conserve Italia di Bologna che ne produrrà il prodotto finito. Un progetto che elimina alcuni passaggi che sono poi quelli che schiacciano il lavoratore ‘obbligato’ ad accettare anche una paga misera.
I ghetti sono luoghi che costringono la vita di chi li abita ad una marginalità estrema.

I braccianti pagano il conto più salato: costituiscono la parte finale, la più fragile, ma indispensabile della filiera agricola.
Sfruttamento, marginalità sociale e degrado delle condizioni di lavoro alimentano una profonda ingiustizia sociale.

L’ultima notte di sangue è avvenuta tra il 25 e il 26 aprile, proprio mentre noi tutti festeggiavamo la nostra Liberazione.
Nella notte sono stati assaliti tre lavoratori a colpi di fucile: sono stati feriti, uno gravemente al volto è ricoverato all’ospedale di Foggia in gravi condizioni e le ultime notizie ci raccontano che perderà l’uso di un occhio: “Cercavano noi, i neri del Ghetto. Volevano farci paura, ma noi non possiamo smettere di parlare”, ha dichiarato uno di loro.
Secondo quanto ha riportato un articolo pubblicato da ‘La Repubblica’ è probabile che si sia trattato di una ritorsione collegata ad un fatto accaduto tra sabato e domenica scorsi, quando quattro italiani si sono presentati a Torretta Antonacci, dove vi è un insediamento di lavoratori migranti, per rubare il gasolio che fa funzionare l’impianto di illuminazione dell’area. Sono stati visti e fermati dai migranti che hanno chiamato la polizia.
Tre sono riusciti a scappare gridando: “Vi uccidiamo tutti, neri bastardi”, uno invece è stato bloccato dai migranti fino all’arrivo della polizia che lo ha arrestato.
L’associazione Casa Sankara
conosce bene questi tre ragazzi: Sinayogo Boubakar, 30 anni, del Mali, Konate Mamadou, 26, anche lui maliano, Keita Abdoulaye, 30 anni, della Costa d’Avorio ed esprimere loro solidarietà e vicinanza:
“vogliamo rappresentare tutto il nostro sdegno per questo grave episodio, ricordando a gran voce che i migranti non debbono essere lasciati soli, in balia di malviventi, approfittatori e sfruttatori senza scrupoli che cercano di farci abbassare la testa.”
Come conosceva Anssou Kondjira.
Anssou era nato in Senegal nel 1997 e viveva a Casa Sankara.
La notte del 3 aprile scorso Anssou è stato investito e ucciso sulla SS 16, la strada che collega Foggia a San Severo, mentre a piedi tornava verso Casa Sankara. Così il suo progetto di una vita migliore che lo aveva portato qui in Italia si è spento di colpo.

La comunità si è mobilitata per fare tutte le pratiche e riuscire a far rientrare la salma in patria per restituirla alla sua famiglia che vive a Velingara, città del Senegal sud-occidentale.
Vorrebbero far fronte a tutte le spese per il trasporto e donare il resto della cifra raccolta alla sua famiglia, come segno di vicinanza e partecipazione a questa tragedia, in nome e memoria di Anssou.
A questo scopo hanno lanciato un gofundme a cui aderiamo e partecipiamo sperando che venga raggiunta presto la cifra richiesta.

https://www.gofundme.com/f/insieme-per-anssou?utm_campaign=p_cp+share-sheet&utm_medium=copy_link_all&utm_source=customer

Link al sito

https://www.casasankara.it/