Valeria Bianchi Mian: Psicologia dei miei gatti e dinamica della famiglia

C’è quello che appena vede la ciotola del cibo scappa. Prima chiede poi fugge. Nemmeno annusa, proprio dà per scontato che lo freghi. Il marito si lascia intenerire da 10 anni (!) e, maggiordomo, glielo sporge in stanza. Io col cavolo. Non esiste. Mo’ quando ti passa lo snobismo e ti levi la puzza da sotto il naso torni in cucina e mangi come il Grande Gatto comanda.

C’è quella che per partito preso afferra un boccone più grosso di lei e se lo trascina lungo il corridoio. Ma perché? Dico io. Perché? Teme che gli altri – gatti, uomini, fantasmi – le rubino qualcosa. Questa è la responsabile delle strisciate di unto sul pavimento – pericolosissime – che compaiono al mattino tra la cucina e il bagno. 

C’è quella che da 19 anni mangia prima lei. Come se fosse l’unico gatto della casa. Ha trovato il metodo: ignorare il nemico. Ha studiato da qualche micio monaco in Tibet, in una delle sue sette o nove vite precedenti. Si risveglia solo quando la seconda, che dopo aver seminato cibo per tutta la casa va a cercare (perché a loro hai dato il più buono e a me no?) nelle ciotole altrui, le ficca il naso addosso per rompere le scatole. E allora sono schiaffoni di vecchia arcigna per tutti. Una Regina, lei. 

Il resto è noia. Gli umani sono più che altro di contorno (tranne per la Regina, che ci ama e si presta regolarmente al ruolo di infermiera, cuscino, massaggiatore).