“Dalla parte sbagliata”, il Topolino noir di Faraci e Mottura

di Emanuele Rossi Ragno

Alla fine degli anni Novanta Tito Faraci viveva una situazione paradossale: pur essendo uno dei giovani sceneggiatori più prolifici di Topolino, era alle prese con un soggetto problematico, con un titolo che era tutto un programma: Dalla parte sbagliata. Sulla pagina bianca stava infatti prendendo forma una sceneggiatura strana, dove Topolino e Gambadilegno avrebbero firmato una tregua momentanea dimostrando che in fondo, nonostante l’odio reciproco, non potevano fare a meno l’uno dell’altro.

Una trama molto lontana dagli altri fumetti pubblicati sul settimanale Disney in quel periodo: il soggetto non aveva convinto neanche il caporedattore di Topolino Ezio Sisto, e ora Faraci vi si doveva misurare per far capire che i due nemici potessero celare un legame più complesso.

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Topolino Noir (2000), Topolino Black Edition (2014), Topo Noir (2021)

Disegnata da Paolo Mottura, Dalla parte sbagliata nacque dietro questa urgenza, nello stesso periodo in cui, per ridare smalto a un detective vincente e infallibile come Topolino, le nuove leve di sceneggiatori lo avevano esposto a veri pericoli, rendendolo protagonista di casi molto complessi e sempre in bilico (sequestri di persona, amnesie che ne mettevano in discussione la credibilità eccetera). Non importava che agisse in coppia o da solo, né quali fossero i cattivi da combattere: ciò che contava era scrollargli di dosso quell’aura di perfezione, smuoverlo dal contesto in cui si aggirava abitualmente e renderlo meno antipatico ai lettori quando dialogava con qualcuno.

Era una piccola, silenziosa rivoluzione, i cui valori distintivi erano stati riassunti in una storia di qualche anno prima, Topolino e il mistero della voce spezzata, di Silvano Mezzavilla e Giorgio Cavazzano. Fu grazie al suo grande successo che nel 1992 uscirono i primi numeri di Topomistery, la nuova rivista che ripropose le strisce di Floyd Gottfredson in bianco e nero. E fu sempre per merito suo che Topolino tornò a vestire l’impermeabile del detective corrucciato, capace di mantenere la stessa espressione del volto per molte pagine.

Oltre a Mezzavilla, anche la giallista genovese Claudia Salvatoriaveva accettato la sfida, rifacendosi alla lezione di Romano Scarpa e citandola più o meno esplicitamente come sua influenza diretta. «Mezzavilla e Salvatori hanno scritto storie di grande valore e importanza, che all’epoca ho tenuto in grande conto» rivela Faraci a Fumettologica. «Hanno aperto una strada che io e altri abbiamo percorso. È bello pensare che fra noi autori di storie Disney in Italia ci sia un gioco di squadra; è come una corsa a staffetta.»

Quando il gatto non c’è, il topo lo deve salvare

Che per Faraci si trattasse di una staffetta era chiaro fin dalla prima pagina della storia in cantiere, dove alcune foto appese a un muro avrebbero raffigurato i più grandi successi di Topolino sul suo rivale, con uno stile che richiamava ora Gottfredson (bianco e nero e abiti d’epoca), ora Scarpa (la presenza di Basettoni e un taglio cinematografico dell’immagine). Nella metà esatta del foglio, tra le due file di scatti, un graffito scuro: “dalla parte sbagliata”. Un titolo che non conteneva nomi, per ribadire l’assenza di un protagonista, e pronunciato dalla voce fuori campo di Topolino, ma che all’inizio poteva anche appartenere a Pietro.

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Tutto parte proprio da Gambadilegno che, in vacanza con Trudy in America Latina, è arrestato dallo sceriffo locale con l’accusa (a quanto sembra infondata) di gestire un potente traffico d’armi. Sconcertata, Trudy chiede a Topolino di recarsi là per scagionare il fidanzato: in cambio del suo aiuto, gli fornirà le prove per incastrare Pietro per un furto commesso anni prima in città, del quale l’eroe non aveva mai rintracciato il responsabile.

Topolino acconsente solo per questa ragione: non è mosso da veri scopi filantropici, ma dalla volontà di rimediare a una mancanza del suo passato. Senza questo incentivo, probabilmente, non prenderebbe il primo volo per il Sudamerica, né arriverebbe a sfidare la legge locale in nome del suo senso di giustizia, una volta avuta conferma che Pietro non ha commesso alcun crimine.

Gamba e Topolino però, nonostante la storia sia incentrata sul loro legame, occupano per la prima volta la stessa vignetta solo dopo molte pagine, addirittura superata la metà. Non solo per via della lenta descrizione dell’indagine che tiene impegnato il narratore più del previsto (com’è tipico dei noir più contorti, dove detective e voice-over spesso coincidono), ma anche perché è tale il tempo concesso a Topolino per capire che andare in cerca del nemico significa dover ritrovare se stesso, la propria essenza positiva nella controparte oscura.

Nella seconda metà, infatti, dopo averci ripetuto che la loro sarà un’alleanza eccezionale, i due ci fanno capire di avere tante cose in comune. Spesso si comportano entrambi in modo ridicolo, ma usano molto brillantemente l’ingegno; non sono in grado di ribellarsi alla propria natura (per cui, se Topolino deve procurarsi dei soldi, gli è più facile salvare un anziano che attraversa la strada piuttosto che rubare un portafoglio), ma sanno dire di no alle tentazioni per non dover fare i conti con un brutto rimorso.

E la loro non è “amicizia”, ma tutt’al più una sottile complicità, capace di trarli in salvo da una situazione critica senza mettere in discussione le loro certezze morali né le loro effettive posizioni rispetto al Bene o al Male.