Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

EUGENIO MONTALE ‘Ossi di seppia’ 1925

Si tratta, probabilmente, della prima poesia scritta da Montale, a vent’anni, nel 1916. Il paesaggio marino estivo delle Cinque Terre diventerà la costante di tutto il libro. Breve parafrasi. ‘Meriggiare’: trascorrere il pomeriggio; ‘pallido e assorto’: scolorito dalla gran luce e concentrato in sé stesso; ‘pruni’: cespugli spinosi (Pascoli); ‘serpi’: bisce; ‘veccia’: edera con i fiori violetti; ‘biche’: mucchi, i formicai (Ariosto); ‘calvi picchi’: colline pelate; ‘andando nel sole’: con lo sguardo; ‘seguitare’: camminare lungo.
Il paesaggio è connotato dall’ aridità e dalla secchezza, per esprimerne il torpore e l’atmosfera sospesa. Importante l’immagine del muro, limite invalicabile (ha in cima i cocci di bottiglia), figura della natura umana, dell’incomunicabilità, solitudine esclusione isolamento. Poesia esistenzialista, dunque. La vita equivale a procedere lungo un muro invalicabile.
I verbi sono all’infinito, perché indicano la condizione collettiva, nell’indeterminatezza e nell’assenza del tempo. Contrasto tra il paesaggio concreto e l’indeterminatezza dei concetti sottesi.
Il fascino della poesia consiste nel lessico, desunto dall’Inferno dantesco, canto XIII, Pier delle Vigne; linguaggio duro aspro scabro ostile, come il mondo che non si lascia comprendere: pruni sterpi schiocchi frusci crepe veccia biche frondi scaglie scricchi picchi.

Quattro strofe di 4 versi le prime 3, e di 5 l’ultima; troviamo 8 endecasillabi, 4 decasillabi e 5 novenari; rime: AABB CDCD EEFF GHGGH. Nell’ultima strofa rime difficili, memorabili: glia glia glio glia glia.

Un classico di Eugenio Montale che rileggo sempre con massimo piacere rivivendo le immagini da lui proposte, ricordo di tanti pomeriggi estivi nel levante ligure e mi interrogo sulla vera natura dell’uono, sulla sua interiorità.