opera in tre atti di Ana Silvestre

Scena seconda

La stessa stanza, di giorno.

Dino, Amalia.

(Dino è seduto con i piedi sopra la scrivania, in mutande e maglietta, leggendo il giornale. La finestra è aperta, si sentono gli uccellini.)

voce di Dino:

(3)

a La giornata era assai afosa

b Non si muoveva manco una foglia

a Oh!, pigra persino l’aria, oziosa!

b Che di muoversi non aveva voglia!

a L’afa alessandrina è famosa!

b Ma è un problema che nessuno sbroglia.

c Quindi mi sono messo in mutande,

c Leggendo notizie per niente blande.

(Amalia bussa alla porta e entra senza aspettare la risposta, chiudendo la porta dietro sé)

Amalia: Ti devo parlare.

Dino: Ma… ma ti sembra il modo? Sono in mutande!

Amalia: Ti devo parlare.

Dino: Ho capito, ho capito! Accidenti, fammi andare almeno a mettermi un paio di braghe!

(va verso la porta, col giornale a coprire le parti basse)

Amalia: No, tu stai qui! Vai a sederti. Ti devo parlare.

(Dino va di nuovo a sedersi, tirando la sedia in avanti il più possibile, fino a rimanere incollato alla scrivania)

Dino: Dimmi tutto. Buongiorno, Amalia.

Amalia: Sai la strada che faccio tutte le mattine, quando vado a farmi la solita camminata, no? Buongiorno anche a te, amico mio.

Dino: All’alba… Sì, lo so. La san Bernardo.

Amalia: E sai che porto sempre con me la macchina fotografica, giusto?

Dino: Sì, certo. Lo sanno anche le pietre…

(Amalia tira fuori qualcosa dalla borsa e la butta sulla scrivania)

Amalia: Dacci un’occhiata.

Dino: Cos’è?

Amalia: Cosa c’è di strano in quella fotografia?

Dino: Fammela vedere. (la prende e la osserva)

Amalia: Osservala bene.

Dino: Sì sì. È stata scattata di notte, come al solito…

Amalia: Erano le sei del mattino, per l’esattezza. Due giorni fa.

Dino: Notte, per me. Vediamo… non saprei dirti cosa c’è di strano. È buio, lì c’è la nebbia…

Amalia: Ecco! Guarda con attenzione dove c’è la nebbia.

Dino: Ma non fai prima a dirmi subito cosa c’è di strano? Be’, ci sono delle lucine in mezzo alla nebbia.

Amalia: Bravo!

Dino: E quindi? Saranno le luci di qualche casa, o qualcosa del genere.

Amalia: No, non lo so sono, ti sbagli. Lì non ci sono case. ‘E un pezzo di terra abbandonato.

Dino: E cosa sono, allora?

Amalia: L’Orsa Maggiore.

Dino: Ah ah ah ah! Bella, quella!

(Amalia rimane immobile, fissando Dino)

Ma dai! Interessante! Domani metto sulla prima pagina del nostro giornale questa formidabile notizia! Cosa potrei scrivere, come titolo? Vediamo… “l’Orsa Maggiore è stata avvistata …”

Amalia: Smettila!

Dino: Aspetta, aspetta! Ci sono: “Orsa Maggiore caduta ad Alessandria”!

Amalia: Molto divertente. Complimenti.

Dino: Grazie! Hai fumato qualcosa di strano?

Amalia: Queste lucine formano l’Orsa Maggiore, proprio come la vediamo noi lassù, sopra le nostre teste.

(riprende la fotografia, si alza e si mette alle spalle di Dino, che tira la sedia ancora più in avanti)

Dino: Stamane hai proprio voglia di prendermi per il culo, eh?

Amalia: Rilassati, Dino. Sai com’è fatta l’Orsa Maggiore, no?

Dino: Certo che lo so! Non c’è nessuno al mondo che non sappia distinguere l’Orsa Maggiore dalle altre costellazioni.

Amalia: Perfetto! Quindi riguarda adesso la fotografia con più attenzione e dimmi tu se quelle lucine non formano l’Orsa Maggiore.

Dino: (fissando la fotografia, con gli occhi sgranati)
Non saprei… mmm… può darsi…

Amalia: Secondo me non sai com’è fatta l’Orsa Maggiore.

Dino: Figurati se non lo so!

Amalia: Non lo sai.

Dino: Mi arrendo. Non lo so.

(Amalia estrae dalla borsa un foglio di carta piegato in quattro e lo apre sopra la scrivania)

Amalia: Fai il confronto. Eccoti com’è fatta l’Orsa Maggiore.

Dino: Va bene, va bene… Sicura che non vuoi prendermi in giro?

Amalia: Fai questo confronto!

Dino: Okay! Vediamo… (guarda il foglio e la fotografia alternatamente, svariate volte)
Confermo che queste lucine sembrano l’Orsa Maggiore. Contenta?

Amalia: Sembrano?

Dino: La somiglianza è perfetta. Meglio così?

Amalia: (sorridendo) Proprio così. Ebbene, quando ho visto quelle lucine, le ho fotografate subito. Sapevo che lì c’era soltanto un terreno pieno di erbacce e rovi, quindi non riuscivo neanche ad immaginare cosa fossero.
Mi sono dunque decisa di “entrare” in quella nebbia.

(comincia a camminare avanti e indietro, con le mani dietro la schiena, guardando Dino)

Ma, quanto più me ne avvicinavo, più le luci diventavano fiacche. Quando ero lì, in mezzo alla nebbia… (si ferma e guarda nel vuoto)

Dino: Dai, vai avanti! Mi fai venire i brividi!

Amalia: Ho sentito qualcuno chiamarmi. Ma lì non c’era nessuno!

Dino: Ti rendi conto del pericolo di andare in giro da sola, di notte? No, non ti rendi conto perché credi di essere al di sopra della normalità delle cose!

Amalia: Cioè?

Dino: Con tutte le rapine, omicidi e violenza che ci sono, non puoi stare a casa tua di notte, anziché fare queste camminate inutili alle sei del mattino? La gente normale non fa queste cose, cara Amalia!

Amalia: Grazie alla cosiddetta “gente normale”, ora ci troviamo veramente bene. Se la maggioranza ha sempre ragione…

Dino: Conosco a memoria quel discorso. Chi ti chiamava? Accidenti! Te le vai proprio a cercare!

Amalia: Sei più agitato di me. Fai un bel respiro, per piacere.
Sentivo una donna che mi chiamava, ma la sua voce arrivava da diversi punti, come se in pochi secondi si spostasse da una parte all’altra, velocemente. E senza fare alcun rumore.

Dino: E chi era? Hai idea di chi possa essere?

Amalia: Non sono riuscita a vederla. Quando mi chiamava e io le rispondevo con un “sì” oppure con un “sono io”, lei rideva.

Dino: Come se ti prendesse in giro? Sei sicura che non si tratti di uno scherzo?

Amalia: Non era una risata sarcastica. Era… come posso definire quella risata? (pausa di 10 secondi). La risata di una mamma quando gioca a nascondino col suo bambino. Era una risata tenera, dolce, avvolgente. Una risata che mi abbracciava tutto il corpo.

Dino: Capisco.

Amalia: No, tu non puoi capire.

Dino: Non capisco più niente.

Amalia: Difatti.

Dino: Cosa farai?

Amalia: Domani mattina tornerò lì.

Dino: Ma sei matta? Non puoi tornare lì, da sola.

Amalia: Perché, vuoi mica venire anche tu?

Dino: No! E neanche tu ci andrai! Magari è tutto un imbroglio per farti del male.

Amalia. Se così fosse, perché non mi hanno fatto male subito? Perché perdere l’occasione due giorni fa? Non era detto che io tornassi ancora.

Dino: Quello è anche vero, ma tu non andarci lo stesso.

Amalia: Vado. Devo farlo. E vado da sola. Tanto tu non riusciresti mai ad alzarti così presto.

Dino: A che ora parti?

Amalia: Alle 5,30, come al solito. Alle 5,45 imbocco la san Bernardo.

Dino: Non andarci, dai. Sii ragionevole. Non mi piace questa storia.

Amalia: Vado perché sono ragionevole. Non posso non capire questa faccenda.

(Amalia prende la fotografia e il foglio di carta, guarda Dino ed esce. Dino va verso la finestra e saluta. La stanza diventa buia)

voce di Dino:

(4)

a Che diavolo, mancava giusto questo!

b Sembra roba da film di fantascienza!

a Sono un uomo semplice, modesto!

b Amalia, invidio la tua ardenza,

a Il tuo spirito sempre così desto,

b Ma in questa storia non c’è coerenza!

c Non tornare più alla san Bernardo,

c Temo che troverai lì un saccardo!