L’assassinio di Aldo Moro, tragica deriva antidemocratica, di Agostino Pietrasanta

Editoriale ● Agostino Pietrasanta

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Alessandria: Nel 1941, Aldo Moro è Presidente nazionale della Federazione Universitaria Cattolici Italiani (FUCI); il 12 novembre, ormai inserito da due anni nel ruolo della succitata presidenza, scrive a un fucino una lettera i cui passaggi più avvertiti possono considerarsi prima sintesi di maturo pensiero di cultura politica di cattolici che fonderanno una essenziale presenza nella vita della nazione. Scrive Moro, “…dobbiamo dire agli altri con la maggiore semplicità le nostre esperienze di cristiani che vivono la vita con tutti gli uomini e cercano nell’anima di ogni esperienza umana le tracce di verità che pur oscurate e compresse non sono spente”. Sembra difficile, ma, nel turbine delle guerra, il futuro statista individua un compito fondamentale del cristiano: accompagnare gli uomini, tutti gli uomini nella scoperta del loro mondo interiore; un mondo in cui non possono mancare le orme del loro comune creatore. Nessuna opzione di conquista, nessun rimpianto egemonico, ma accompagnamento e discernimento del bene presente in ogni  essere umano. Più oltre, sempre nella stessa lettera,  scrive ancora“…C’è nella posizione del cristiano una strana antitesi. Nessuno più e meglio di lui , forse, sente che la realtà che gli è intorno…è sua, gli appartiene, d’altro canto nessuno più del cristiano è, di fronte al mondo e alla storia in posizione di valutazione continua e serena…da cui un ideale di vita da realizzare proprio in questo mondo.” Conclude che in ultima istanza “…la storia del mondo è storia della Chiesa”.

Sono espressioni importanti e forse decisive e, almeno per certi aspetti ancora nuove, quasi in nuce nella maturazione di un movimento cattolico che si prepara a dare al Paese la classe dirigente per quasi un cinquantennio della sua storia e che tuttora vanta ai vertici, sia pure senza organicità di gruppo, alcuni esponenti di rilievo. Nelle parole di Moro non si coglie nulla dell’integralismo cattolico, neppure di quello migliore che soprattutto con Luigi Sturzo ha dato all’Italia un contributo di cultura politica che non si è incartata nei blocchi clerico-moderati dei decenni precedenti, ma con un’identità aperta al dialogo ha accettato, anche nella polemica con lo Stato, il processo unitario della patria.

In Moro tuttavia si colgono evidenti novità. Resta chiara la premessa di un significativo riconoscimento alla dignità della persona, centro di ogni rapporto istituzionale e la funzione strumentale della costruzione della città dell’uomo e della  politica alla crescita dei rapporti sociali nella solidarietà con tutti gli uomini; il tutto però senza rivalse polemiche contro le scelte istituzionali anticattoliche che si erano verificate nel corso della vicenda unitaria. Va precisato che la formazione di Moro, in un ambiente come quello del Meridione non aveva risentito delle polemiche, sia pure feconde sul piano sociale del movimento cattolico e introduce una novità importante nel suo itinerario politico che contribuisce a promuovere un senso delle istituzioni e dello Stato assolutamente inedite nei filoni del nascente cattolicesimo democratico che si delinea durante il ventennio. Si tratta però di una novità che avrà effetti decisivi; per questo nella nostra pubblicazione, non vogliamo che passi il mese di maggio, durante il quale si è consumata la tragedia e l’assassinio dello statista, senza fare memoria, sia pure con breve cenno, di un pensiero politico spesso ignorato, ma essenziale per una storia di svolta democratica.

Intanto il senso dello Stato diventa fondante, nonostante le riserve di una storiografia che, nel nostro Paese (una delle tante anomalie)è stata esclusiva degli sconfitti nel confronto elettorale. Colpisce il fatto che tale senso dello Stato maturi proprio nel ventennio del totalitarismo; tuttavia il modo con cui si è posto soprattutto in Moro nel corso degli anni trenta, ma in seguito a ridosso della guerra mondiale in tanti altri protagonisti, si è smarcato vistosamente dal nazionalismo delle dittature e si è confrontato sia con i totalitarismi di destra che con quelli di sinistra. Certo, il contesto storico ha talora consigliato una posizione di prudenza e di compromesso nei confronti del fascismo, considerato nella sua apparente posizione moderata rispetto al nazismo, ma la condanna della deriva autoritaria si fa elemento di coesione delle più accreditate componenti del cattolicesimo politico. Moro, in questo contesto svolge un ruolo di protagonista anche se non proprio “rumoroso”, al punto che pur facendo parte del gruppo dei “professorini” (Dossetti, La Pira, Fanfani…), nell’immediato dopoguerra, costituisce un momento di raccordo con la proposta politica di Alcide De Gasperi, nel riconoscere nella storia della formazione dello Stato unitario gli elementi di continuità, accanto a quelli di frattura; elementi considerati invece radicali dal gruppo dossettiano.

Non affronto il contributo di Moro in Costituente, riprenderò l’argomentazione, tra poco, prima di concludere. Lo statista, dopo gli anni cinquanta, ma soprattutto dopo la “crisi fanfaniana”  a cavallo del 1958/59 farà parte della corrente dorotea e diventerà segretario della Democrazia Cristiana dal 1959 e fino al 1964, anni in cui matura l’esperienza del centro-sinistra. Non voglio certo riprendere tutta la storia degli eventi e dei fallimenti delle politiche che ne seguirono, mi limito a alcune osservazioni sulla presenza di Moro in questo passaggio su cui sarebbe opportuna una puntuale ripresa della storiografia. Non c’è dubbio che nel nostro protagonista si confrontano alcune motivazioni di intervento; considerata l’impossibilità per il partito di maggioranza relativa di assicurare il governo del Paese,  restava il problema della centralità della Democrazia Cristiana attraverso l’allargamento della maggioranza parlamentare. Tuttavia nello statista residua, oltre la preoccupazione tattica, l’obiettivo di una puntuale realizzazione del dettato costituzionale. Tutto ciò non solo per consolidare le varie istituzioni formali di garanzia democratica, ma per una graduale maturazione delle componenti popolari secondo lo spirito della Carta fondamentale dello Stato.

In questo contesto matura il suo graduale distacco dallo spirito doroteo, anche se la frattura definitiva avverrà solo nel 1967 quando da alcuni anni è Presidente del Consiglio di successivi governi di centro-sinistra.

Si arriva così a una svolta definitiva che preclude all’ultimo decennio della vita e della attività politica di Moro. Egli comprende che i movimenti del 1968 necessitano di una risposta che può realizzarsi non solo con la legittimazione dell’opposizione; tale legittimazione non era mai mancata, ma, tutti ora lo ammettono, si trattava di una legittimazione senza alternanza fisiologica per una democrazia pienamente realizzata. L’occasione per affrontare il problema gli venne dall’apporto decisivo nella vita della nazione, di Enrico Berlinguer, dopo i diversi eventi del terrorismo e della “strategia della tensione”. Sia Moro che Berlinguer avevano una motivazione della politica di  forte ispirazione etica e ideale: la traevano da culture politiche diverse, ma convergenti nella visione umanitaria di solidarietà. Dopo i diversi passaggi elettorali degli anni settanta e dopo le elezioni del 1976 col risultato dei “due vincitori”, l’approdo definitivo della solidarietà nazionale per battere il terrorismo, ma anche per rispondere alla domanda delle componenti popolari e farle partecipi reali della vita politica, divenne un obiettivo condiviso. Moro vide sul serio la possibilità di completare la realizzazione dello spirito della Costituzione e soprattutto di dare corso concreto all’articolo 49 della Carta: il cittadino che concorre attraverso i partiti “a determinare la politica nazionale”. Per lo statista democristiano però doveva conciliare la centralità della DC, cui non era disposto a rinunciare con la possibilità dell’alternanza. Sul serio una terza fase non solo interna al partito, ma nella definitiva acquisizione della democrazia formale e realizzata.

Concludo con una osservazione che potrebbe essere del tutto personale. Nella definitiva conclusione del processo democratico intravisto da Moro, residua qualcosa di sostanziale solitudine, una solitudine che gli costò la vita. Moro fu scelto dalle brigate rosse non prevalentemente per ragioni logistiche (c’è chi afferma che era più facile rapire Moro che Andreotti o Fanfani perché i percorsi degli ultimi due per raggiungere il Parlamento erano meglio presidiabili); forse ci furono anche motivazioni di questo tipo, ma la prospettiva di una democrazia dell’alternanza, avrebbe svuotato anche i moventi surrettizi delle brigate rosse che agirono di conseguenza, senza pensare ai contraccolpi che loro stesse avrebbero subito. Le questioni della successive derive costituiscono altro capitolo.