Patrizia Nosengo: Come nasce il bullismo?

Alessandria: Tornavo poco fa dal parrucchiere e, mentre costeggiavo il cortile della scuola elementare in cui era in corso l’intervallo, mi sono ritrovata a camminare quasi a fianco di un ragazzino di 12 anni circa, che abita nel mio quartiere e che andava a testa bassa, cercando di adeguare il suo passo al mio e tenendosi dall’altro lato rispetto alla scuola, quasi a usarmi come schermo.

Non ho fatto in tempo a domandarmi la ragione di quel comportamento, quando, d’un tratto, è stato tutto un gridare: lungo la rete che cinge il cortile della scuola, prima alcune bambinette e poi un gruppo di bambini di un paio d’anni maggiori di quelle hanno cominciato a sbeffeggiare il ragazzino che mi camminava ormai a fianco, a chiamarlo in modo petulante e a offenderlo, in un crescendo di urla.

Ho cercato con lo sguardo le maestre: quella delle bambine era raggomitolata su una seggiolina e stava amenamente digitando sul cellulare, immemore di tutto, tranne che della sua tastiera; quella dei ragazzini era distante, probabilmente una delle due intente a chiacchierare fitto fitto tra loro.

Intanto gli sbeffeggiamenti continuavano, sempre più cattivi, sempre più molesti. Non mi è rimasto altro che guardare i bulletti, con lo sguardo tra la richiesta di chiarimenti e la riprovazione che in tanti anni di insegnamento ho maturato. È bastato quello: le bambine hanno chinato la testa e si sono allontanate; i bambini hanno voltato le spalle alla rete e si sono rimessi a giocare tra di loro.

Come nasce il bullismo, dunque?

Nasce dall’indifferenza degli adulti, che non intervengono per far comprendere ai bulli, anche soltanto con uno sguardo, che si stanno comportando male. Basterebbe quello, ché i bambini sono esseri in formazione, ma intelligenti e sensibili e basta poco per ricondurli verso comportamenti opportuni.

Purché, sia chiaro, si abbia la moralità, il senso civico e la volontà per farlo.