Gregorio Asero: “A Quel Tempo”

….Il cielo che sovrastava la piana, sembrava un immenso mare, con striature di un azzurro intenso, quasi turchese. Pareva, in alcuni punti, che si aprisse lasciando intravvedere delle sagome nere allungate. Sembravano delle reti arrotolate, come quelle che sono sulle banchine dei pescatori ma, invece, non erano altro che nuvole più scure delle altre. 

Gli uomini non si accorgevano di quell’immensità color turchese, dove la fantasia disegnava nuovi mondi, perché erano rapiti dalla terra. Di quella terra, della quale erano follemente innamorati, e che continuava a succhiargli la vita. Le loro personali rivoluzioni e le loro vane guerre continuavano a tenerli schiavi della fatica e del sudore. 

Strani pensieri si accavallavano nella mia mente mentre guardavo il cielo.

A furia di guardare il cielo, pigro e troppo bello, che nella sua superba bellezza non si degnava delle umane sconfitte, avvertivo un senso di vertigini. Il cielo, d’improvviso, non era più mare, ma una parete verticale fatta di sfumature azzurre, dove le cime delle piante, apparivano vicine ma, in effetti, estremamente distanti. 

Semplice illusione ottica, come quando si guardano i grandi palazzi delle città metropolitane, dove al nostro occhio sembra che si bacino, ma più ti avvicini e più fra loro si allontanano.

Io amo questo mondo e mi aggrappo alla vita con le mani e con i piedi.

Quando morirò, spero di ricevere in dono, dal padre eterno, il posto più in alto sull’albero più alto in questa piana, per sentire in eterno il baccano frenetico dell’uomo e il dolce e melodioso canto degli uccelli.

“A Quel Tempo”

gregorio asero