Ehi, sbrigati a uscire! – tuona il volontario bussando alla bussola della doccia. – Sono trascorsi più di venti minuti che sei lì dentro. Non crederai di essere a casa tua? –

– Stronzo! – commenta tra sé e sé Stefano, godendosi gli ultimi attimi di pioggia calda.

 Non ci si può rilassare più di tanto nei momenti di privacy in queste strutture, e spesse volte, per convenienza, si tende a dimenticarlo e altrettante si viene riportati bruscamente alla realtà. Lavarsi i denti prima dei pasti sembrerebbe una cosa quantomeno anomala, ma è un’abitudine consolidata per molti ospiti senza fissa dimora che, una volta consumato il pranzo vedono il loro tempo all’interno della struttura assottigliarsi. Veloci sciacqui alla bocca nel rubinetto del lavandino, poi Stefano aiutato dallo specchio, dà un’occhiata alle due arcate dentarie il cui stato è quello di un lento, inesorabile deterioramento. La barba è cresciuta. Cresce troppo rapidamente. Dovrebbe radersela, ma sente il fiato sul collo dei colleghi, perciò è meglio togliersi dai piedi e lasciare spazio agli altri per evitare uno scontro fratricida.

***

– Sta arrivando il mio amico. Ti spiace? – il collega non avendo niente in contrario si allontana col vassoio in cerca di un altro posto dove sedersi. L’espressione delicata del viso di Carlo è il suo modo gentile per ringraziare l’uomo, sperando nel frattempo che l’amico possa farcela a prendere le vivande prima che crolli a terra per il sonno.

***

– Alla mensa osservavo le tue palpebre abbassarsi e aprirsi come una veneziana impazzita. Niente di serio, spero. –

– Niente di serio. Sempre che riesca al più presto ad acquietare il mio sonno. –

– Deciso a non ritornarci più nel centro di accoglienza? –

– Sì. Non ci penso neanche – dice Stefano, col quadernone in mano. – Lì dentro ho trascorso la peggiore notte della mia vita. –

Un cenno di solidarietà da parte di Carlo impegnato a distribuire molliche di pane ai suoi piccioni. Non si fatica ad accorgersi che la temperatura si è abbassata repentinamente, appena mitigata dalla musica eterogenea della grande radio.

– È arrivato il momento di mettere addosso qualcosa di più pesante – dice Carlo

– … non è un problema – risponde Stefano.

– … già! –

– Hai finito di leggere il libro? –

– Sì. Con molta più lentezza di quanto tu riesca a scrivere. –

– Dovrai procurartene un altro. –

– Non è un problema. Ho tutto il tempo che mi occorre – ammette Carlo con una buona dose di ironia. – Il prossimo potrebbe essere il tuo racconto. –

– La tua bontà è imbarazzante – replica Stefano. – Ma sappi che dovrai accontentarti di una scrittura illeggibile fatta di scarabocchi. Ma se pazienterai, come presumo, te ne manderò una copia corretta e dattiloscritta. –

– Dovrai mandarne più di una di copia ai tuoi crescenti ammiratori. Inclusa la bella pollastrella. –

Con un movimento simile a una strana danza tribale, il piccione si allontana con un’aria di noncuranza, sfuggendo al tenace cane pastore tedesco a malapena frenato col guinzaglio dalla giovane donna.

– … mi trascina come fossi un pupazzo di paglia. –

– Lo vedo – dice Carlo. – Con un nuovo amico del genere al tuo fianco non hai più nulla da temere. –

– Siamo ottimi amici, ma ha un padrone molto geloso che non vede l’ora stasera di riabbracciarlo – ammette Teresa.

– Non ti ci si vede mai da queste parti. Mi sa che dovremmo ringraziare il fiuto di questo simpaticone. –

– Ci tenevo a sapere come stavate. –

– Nobile pensiero. –

– Avevo promesso a Stefano che sarei venuta a trovarvi –

– Sì, è vero –

– Appuntamento galante – interviene Carlo.

– Sei sospettoso! – dice l’amico.

– Ha ragione – sostiene Teresa. – Perché non organizziamo qualcosa per stasera. Tutti e tre insieme – Il piccione si mostra scorretto nell’aggirarsi attorno al pastore tedesco mettendolo in forte agitazione e facendogli mordere l’anima per non essere libero di giocare come Dio comanda. – Buono, lascialo perdere. Allora, siete d’accordo? –

– Per me va benissimo. –

– Non mi fregate – dice Carlo. – Mentre ne parlate state già supplicando il Signore di non avermi tra i piedi. Finirei per guastarvi l’atmosfera. –

– Sospettoso e cocciuto come un vecchio eremita. –

– Sentite, io devo andare, vi lascio alle vostre discussioni. A più tardi. Diciamo tra circa tre ore, OK? –

– Contaci. Non ci sposteremo da qui – replica Stefano.

***

La luce del sole abbandona la piazza privando del tiepido calore i pochi ospiti rimasti. Il collega seduto sulla panchina si stringe nella sua giacca colore avana, poi versa la solita birra nel bicchiere di plastica all’amica, lasciandone altrettanto per sé da sorseggiare direttamente dalla bottiglia.

– Credi che dovrei mettermi qualcosa di diverso addosso? –

– … no. Non penso. Stai benissimo! –

– Ci avrei scommesso – dice Stefano, col quadernone in mano, in attesa di ispirazione. – Pure tu non sei male. Forse dovresti provare a toglierti la barba. Da quando tempo la porti? –

– Subito dopo essermi aggregato a questa famiglia – rivela Carlo, capace di starsene seduto inoperoso per ore e ore. – E come se fosse un segno di identificazione. Mi ci sono affezionato. –

– Che significa mi sono affezionato? Sembri più vecchio di dieci anni – la presenza dei piccioni si fa meno massiccia. La grande radio trasmette musica preserale, melodica, più rilassante. – Cosa ti andrebbe di fare stasera? –

– … cosa mi andrebbe di fare? Non saprei rispondere così su due piedi. –

– Be’, qualcosa bisogna tirare fuori se non vogliamo fare brutta figura con la nostra amica. Non sei d’accordo? –

La coppia di colleghi, bevutasi la birra, decide di lasciare la piazza incrociando sul lento cammino gli ultimi piccioni in procinto di ritirarsi.

– Potremmo unire le nostre forze economiche e vedere se bastino per andare a far visita in quel posticino dove si assapora la cucina di casa. Sperando questa volta di avere maggiore fortuna – è il pensiero di Stefano. – Altrimenti una pizzeria, andare al cinema, o semplicemente passeggiare insieme come vecchi amici. –

– Sei un vulcano di idee. Quella ragazza ti ha stregato. –

– Stai cercando in tutti i modi di convincermi che è così – l’uomo chiude il quadernone. – In un certo senso è vero. È decisamente carina e di una straordinaria simpatia. Un piccolo raggio di luce che non va spento. –

– Magari starai pensando che è arrivato il momento di stappare quella bottiglia di rosso che tieni gelosamente nel borsone –

– … sì. Non sarebbe una brutta idea. –

Di lì a poco il concerto di musica si ferma per una pausa di riposo. Il corpo possente si rianima come da un lungo torpore, con movimenti lenti e pesanti. L’uomo stringe fortemente il manico della grande radio portandosela via con sé.

***

Circondata dal traffico caotico degli autoveicoli, la piazza illuminata dalla tenue luce dei lampioni sembra come sospesa in un mondo surreale. Il rumore dell’acqua della fontana, il fruscio delle foglie degli alberi risuonano armonicamente fra le panchine vuote fino ad arrivare a loro.

– Mi spiace, ho fatto un po’ tardi – dice Teresa, mentre libera un vassoio avvolto con la carta. – Ho dovuto aspettare più del previsto il mio amico che venisse a prendere il simpaticone. Carlo si è seccato, non è così? –

– No, figurati! Lo sai, è terribilmente sospettoso – replica Stefano. – Pensa, per farmi sentire più a mio agio, ha voluto prendersi cura del mio borsone.

– … premuroso – la giovane donna gli porge una fetta di torta. – Ieri una ragazza compiva gli anni, così ho deciso di farle una sorpresa. Alloggiamo insieme nella stessa stanza. Non è rientrata. Mi ha chiamato oggi per telefono dicendomi che è andata a vivere dal fidanzato. Spero bene per lei. –

– Ahm, buona la torta. –

– Ne metteremo una fetta da parte per Carlo. –

– Sì, gli piacerà senz’altro. –