di Dario Conti

Era il 21 gennaio 1921 e nelle sale cinematografiche statunitensi usciva il primo e celeberrimo lungometraggio di Charlie Chaplin, Il monello. Il genio satirico e artistico di Chaplin affascina incessantemente generazioni intere, che nel lungometraggio si presenta con il suo alter ego Charlot, il fantomatico vagabondo che a stento riesce a stare al passo con la turbolenta società dell’epoca, veloce e repentina. Cent’anni dopo ci ritroviamo ancora a celebrare un capolavoro senza tempo e ad analizzare i diversi aspetti tecnici e tematici di un’intramontabile pellicola. Ci ritroviamo a sorridere e a riflettere, allungandoci Cleanex col vicino (posto che sia un congiunto), e costantemente a paragonare il passato e il presente per dare voce a diverse e infinite morali e supposizioni.

L’apparentemente semplice trama de Il monello mette in scena l’abbandono di un bambino da parte di una madre disperata che non saprebbe garantirgli un futuro e che, perciò, lo lascia all’interno di un’autovettura di lusso, sperando che i ricchi padroni della macchina potranno adottarlo. Sfortunatamente l’auto viene sottratta da due ladruncoli che, accortisi della presenza del bebè, abbandonano la macchina per strada. Sarà Charlot che ritroverà il bambino durante una sua passeggiata mattutina. Ovviamente l’uomo tenterà in tutti i modi di disfarsi del piccolo. Tuttavia, prevarrà il buon senso e il poveretto adotterà il lattante. Con un salto temporale nel futuro, ritroveremo il bambino ormai cresciuto e il padre putativo alle prese con le truffe. I due complici, infatti, errano per la città sostituendo le finestre. Il monello, in questo caso il bambino, rompe i vetri con i sassi e Charlot, che fa il vetraio, li sostituisce. Un giorno il bimbo si ammala e il medico che lo visiterà segnalerà il caso all’orfanotrofio cittadino, tentando in tutti i modi di sottrarlo al padre adottivo. Fortunatamente i due protagonisti, grazie a varie astuzie, riescono a eludere l’orfanotrofio, facendo dormire il bambino all’asilo notturno. Nel frattempo, la madre del bimbo, divenuta una celebre cantante, cerca disperatamente il figlio: con un avviso sui giornali promette una lauta ricompensa a chi le riconsegnerà il ragazzo. Così, il padrone dell’asilo notturno rapisce il monello e lo riconsegna alla madre. Con il cuore in gola, Charlot vaga per la città finché, avvilito e disperato, s’addormenta sulla soglia della sua catapecchia. Egli sogna di essere in Paradiso, dove incontra i personaggi della realtà quotidiana, i quali però hanno le ali e si comportano con serafica compostezza. Ma anche lì scoppia una baruffa e Charlot si sveglia di soprassalto. Il lungometraggio si conclude con un lieto fine: il ricongiungimento del vagabondo con il monello, a casa della madre

Il film all’apparenza si presenta come uno slapstick, ossia una commedia elementare fondata sul linguaggio del corpo che si avvale di gag semplici ed efficaci, eppure si fregia di una retorica palese tale che definire la pellicola esclusivamente una commedia sarebbe riduttivo. Il monello, infatti, è un’opera di ingegno e intelletto, che nel presente non ha smesso di brillare.

È evidente quanto il lato malinconico di Chaplin stia alla base del lungometraggio, caratteristica già presente nei precedenti lavori che ne Il monello ritroviamo maturata. È la prova che uno slapstick può essere una commedia di sorrisi e lacrime, senza rinunciare all’ironia, proprio come recita il primo cartello della pellicola.

Diversi sono i critici che hanno riletto il film in chiave autobiografica. Chaplin e suo fratello, Sidney, non conobbero mai il padre e la madre era affetta da una malattia mentale, per questo i due bambini trascorsero diversi periodi tra orfanotrofi e collegi. Questi episodi permisero al rapporto tra fratelli di consolidarsi. Inoltre, il nostro Charlot, prima di iniziare la produzione per Il monello perse suo figlio a tre giorni dalla sua nascita. Nonostante la vita di Chaplin sia stata segnata dal dolore, il film propone un epilogo speranzoso e trova riscatto e salvezza nella creazione di un legame affettivo. Eppure, questo lungometraggio possiede anche un’anima più nera, visibile quando Charlot tenta in tutti i modi di sbarazzarsi del bambino, arrivando a gettarlo nella spazzatura, ma sarà il biglietto che la madre del bebè ha lasciato nelle fasce a far cambiare idea a l’uomo, decidendo di farsi carico di un fardello e assumendo il ruolo genitoriale, che forse non avrebbe mai voluto. Ecco che Chaplin esplora un importante territorio, cioè il legame di una famiglia non tradizionale. La neo-famiglia è un focolare improvvisato d’amore che apre le porte a un paragone con le famiglie tradizionali. Questa non tipicità che spaventa mostra quanto ciò che è considerato diverso possa essere quanto di più normale possa esistere. Sfortunatamente, ancora oggi questo sterile dibattito è aperto…

Non solo amore e affetto ricoprono un ruolo fondamentale, ma anche la società circostante si presta a una riflessione decisamente importante. Quest’ultima è rappresentata secondo quella logica dickensiana per cui ogni comprensione verso gli ultimi ed emarginati viene soppressa, infischiandosene delle loro esigenze, del diritto alla vita e all’amore, non permettendo loro di sognare e fantasticare. La dimensione onirica appare verso la fine del lungometraggio quando Charlot si addormenta sulle scale di casa sua, dopo aver tentato in tutti i modi di recuperare suo figlio sottrattogli dalle autorità. Il vagabondo si assopisce e sogna il Paradiso, il luogo dove tutti i personaggi incontrati non hanno un ruolo definito dalla società, dove tutti sono uguali e indossano una tunica bianca e delle ali. Il Paradiso è lo specchio di una realtà tale e quale a quella di tutti i giorni, solamente ripulita. L’uomo ritrova il suo bimbo ed è nuovamente felice. In questo luogo idilliaco, la gaiezza viene interrotta da un semplice poliziotto, l’unico ruolo definito, che, per sedare una rissa, revolvera il povero vagabondo uccidendolo e ristabilendo quell’ordine della vita reale, spaccando il cuore dello spettatore quando il bambino si getta tra le braccia del padre. Sarà il finale a regalare il vero sogno, vale a dire quel famoso e desiderato ricongiungimento tra il padre e suo figlio a casa della donna, la vera madre, divenuta ormai ricca e abbattendo, così, i muri interclassisti, ritrovando la dignità.

Il monello si presta anche a una rilettura della contemporaneità, o meglio a un paragone non troppo forzato con essa. È spontaneo chiedersi se la società del ventunesimo secolo abbia a cuore gli emarginati. Certo, esistono leggi che tutelano gli ultimi, eppure non sempre siamo pronti a mettere in atto queste leggi. È più semplice voltarsi dall’altra parte. Non è political correctness, termine che oggi sembra inevitabile da scampare e sfruttato insensatamente, ma è l’empatia che pare soffocare nell’individualismo collettivo. Charlot, nel film, dimostra quanto una persona che non può offrire nulla di materiale può far leva sull’affetto e sulla gentilezza adottando il piccolo monello, nonostante il rifiuto iniziale. Inoltre, viene quasi spontaneo domandarsi in alcuni pezzi del lungometraggio chi, tra i due protagonisti, sia il monello. Probabilmente entrambi, ma è la loro condizione che li rende tali e quindi peculiari agli occhi degli spettatori.

In conclusione, la pellicola è un misto di gag e morali che centrano il bersaglio, fanno riflettere e regalano momenti di gioia e interesse, non stanca e si presta a continue e diverse letture. Perciò, dopo questo breve/lungo excursus, la visione de Il monello è fortemente obbligata se non l’avete ancora fatto. È storia del cinema, dopotutto. È palliativo emozionale in questo periodo storico. (WEB)