Il sesso nei secoli e i peccati a Vanzago nel 1621, di Luciana Benotto

Luoghi, personaggi, fatti e leggende

Se certe norme morali sono eternamente valide, mi riferisco alle qualità che gli individui sanno essere quelle giuste, come la bontà, la giustizia, la correttezza nel rispettare gli impegni, l’onestà, la difesa dei più deboli; c’è invece un aspetto del pensare e del sentire comune, che muta col mutare dei secoli: quello legato ai rapporti sentimentali o fisici, tra i sessi. 

Ciò che in un determinato periodo storico è lecito, è del tutto illecito in un altro; pensiamo per esempio al mondo romano. Chi ha letto le “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar sa che l’imperatore Adriano, scrivendo una lunga lettera al giovane Marco Aurelio, narra, nonostante fosse sposato, la sua passione amorosa sbocciata dall’incontro col giovane greco Antinoo; e a noi posteri questo suggerisce che l’omosessualità era tranquillamente praticata, così come quella che noi oggi definiamo pedofilia, e per quest’ultimo caso bisogna considerare che gli schiavi, anche se erano bambini, erano considerati oggetti e non persone; e allo stesso modo era tollerata l’infedeltà coniugale, vista la consuetudine dei matrimoni combinati. Le cose cambiarono con l’avvento del Cristianesimo, che pose come uno dei suoi pilastri la famiglia, il rispetto tra i coniugi, la fedeltà reciproca e l’amore e la protezione nei confronti della prole. E se per tutto il Medioevo la severità dei costumi imperò, col Rinascimento le cose mutarono nuovamente; basti dire che pure i Papi avevano figli. Noto è il caso di Papa Alessandro VI Borgia che ne mise al mondo diversi, fra i quali i celeberrimi Lucrezia e Cesare, e sui quali l’insinuazione più comune è da sempre quella che li vuole fratelli incestuosi, anche se nel mio romanzo “Il Duca e il Cortigiano” ho dato una spiegazione diversa e probabilmente più verosimile.

E se col Seicento, a seguito della Controriforma si tornò a costumi molto morigerati, il Settecento fu un secolo piuttosto libertino; non è forse stato Giacomo Casanova un suo degno rappresentante? Come si vede il lecito e l’illecito sono banderuole al vento.

Ma non vorrei andare temporalmente oltre, visto che il fatto che vi voglio raccontare accadde nel Seicento che, come accennato, fu un secolo fin troppo castigato. Ma andiamo a vedere cosa successe nel 1621 a Vanzago, allora solo un paesino in provincia di Milano.

Protagonista della vicenda fu Tomaso Mazuchelli, sacerdote che a quella data arrivò a Vanzago in veste di parroco al posto di Antonio Curioni. Don Tomaso era stato trasferito da Jerago, un villaggio presso Gallarate, per motivi disciplinari, perché si assentava dalla parrocchia per lunghi periodi per trattare affari che nulla c’entravano col suo ministero, affari probabilmente legati a ragioni di bisogno materiale che, evidentemente, non era garantito dalle sole entrate parrocchiali, probabilmente l’austerità voluta a suo tempo da San Carlo Borromeo e ancora vigente, doveva essere dura da accettare. Giunto a Vanzago, quei traffici furono pertanto accantonati, eppure il religioso sparì un’altra volta per un lungo periodo, cosa che attirò nuovamente l’attenzione dell’arcivescovado, soprattutto quando si venne a sapere che il parroco, di ritorno dalla sua assenza, era stato messo in carcere dai maggiorenti locali che l’avevano accusato di adescare delle donne durante la confessione. Vista la gravità del fatto, giunse in paese monsignor Giacomo Minuzio, delegato del cardinal Federico Borromeo, che volle interrogare personalmente il curato il quale, messo di fronte a quell’accusa infamante, aveva dovuto lottare per dimostrare che era tutta una montatura ordita contro di lui da certi signorotti ai quali aveva vietato l’accesso in chiesa per via del loro comportamento pubblicamente contrario alla decenza e alla morale, divieto col quale sperava di farli rinsavire; ma così come accadde a don Abbondio, quelli gli avevano mandato i loro Bravi a dirgli due paroline, e il prete si era allontanato per un po’ da Vanzago.

Insomma, il Mazuchelli, incalzato da monsignor Minuzio, alla fine mise i panni sporchi in piazza, rivelando che il nobile Alessandro Della Croce commetteva adulterio ormai da anni con una certa Francesca, moglie di Giulio Merati; e che Ambrogio Della Croce (fratello di Alessandro) era l’amante di  una certa Caterina, sposata con Agosto Tizzone, che a sua volta l’aveva lasciata per vivere in concubinaggio con una donna di nome Lucrezia e che da lei aveva avuto due figli. Ma la cosa non finiva lì, perché anche una certa Hippolita Bruma e Cristofforo Maggiolino vivevano insieme senza essere sposati, ed avevano messo al mondo molti figlioli. Il curato dichiarò pure che inizialmente Maggiolino veniva solo di tanto in tanto a trovare la donna, in quanto abitava a Rho, ma quando i Della Croce lo avevano preso come Bravo della loro scorta, si era trasferito a Vanzago. Come si vede, per quei tempi ce n’era abbastanza per essere accusati di condotta estremamente scandalosa e peccaminosa, e il divieto del parroco di farli entrare in chiesa aveva reso la cosa di pubblico dominio: un affronto che i Della Croce non potevano di certo tollerare. E infatti lo avevano fatto arrestare incolpandolo di circuizione e fornicazione. Venuta alla luce la verità gli accusatori furono processati e condannati, e quando monsignor Minuzio disse a don Tomaso che il cardinal Borromeo era molto irritato per la sua pusillanimità e che gliene avrebbe dette quattro di presenza, egli pare gli abbia risposto: “Monsignore, meglio una strigliata dall’arcivescovo che una schioppettata nella schiena”.