Racconto: Il quadro e il suo segreto, di Stefania Pellegrini

“Che ci fai qui?  Emma è fuori in giardino e ti sta cercando!”

Sofia, seduta sul terzo scalino delle scale che portano al piano superiore della casa, guarda assorta un quadro appeso alla parete. Le vado vicino per cingerla in un abbraccio, e le sfioro i lunghi capelli biondi con un bacio.

“Nonna, chi è quella signora? Ti somiglia”

“Chi, quella del quadro?”

Alzo lo sguardo verso il ritratto e osservo il mezzo busto di una giovinetta sorridente dai capelli rossi, che dà le spalle a dei lillà in fiore di una primavera in boccio.

È lì da così tanto tempo, eppure trovo che non abbia perso il suo fascino.

La domanda della piccola mi spiazza. Finora nessuno ha osservato la tela nella casa dei miei genitori, e con mio sollievo neanche mio marito. Così non ho avuto bisogno di inventarmi scuse imbarazzanti per evitare di finire nel circolo vizioso di nostalgie e tristezze.

 Ma ormai è fatta, non posso tirarmi indietro, così rispondo:

-Non so piccola, è lì da così tanto tempo- 

-Da prima che nascesse papà? –

-Sì, da molto prima-

-Ti piace? –

-Oh sì, quando sarò grande, farò la pittrice. Voglio anch’io dipingere così-

-Ma certo, ma adesso raggiungi tua sorella, altrimenti non la smette di chiamarti. -La libero dall’abbraccio, e la piccola esce correndo in giardino.

Mi soffermo in piedi davanti al quadro e ripenso.

Dimenticare e andare avanti, questo mi ero detta allora, e in qualche modo l’avevo fatto. La mia vita non s’era fermata: avevo conseguito la laurea in lettere, mi ero sposata, e messo al mondo un figlio. Ho due nipotine splendide e una vita tutto sommato serena. Eppure l’ombra di certi ricordi è ancora lì, sul quadro e me ne ricorda il loro odore. A volte mi ha anche attraversato l’idea di disfarmene o di chiuderlo in cantina, ma non ho mai trovato la strada per farlo.

***

Mi aveva colpito tutto di lui, era sfrontato, intraprendente, scanzonato; alto e magro, con una leggera inflessione francese nella pronuncia.

I suoi occhi verdi, il volto scarno, la carnagione leggermente olivastra, i capelli neri ricci… mi stupisco nel ricordarlo così bene come la prima volta che l’avevo visto nello studio di papà… Ricordo l’imbarazzo mentre lo guardo dal basso del suo metro e novanta e il suo nome Jean che imparo a ripetere la sera nel mio letto, arrossendo al suo pensiero.

Ero così imbranata allora, una quindicenne timida, e mi viene da sorridere ricordando l’adolescente piena di fragilità e ingenuità, che ero.

Mi avvicino al quadro e lo scosto leggermente, dietro in un’intercapedine della cornice: la busta, il segreto arrivato fino ad oggi. Mio marito è scomparso da qualche anno e credo non ci sia più nessun motivo per tenerla lì.

Jean strinse amicizia con papà per il suo lavoro di fotografo e fu abbastanza scontato che i miei genitori lo invitassero alla festa di compleanno per i miei sedici anni.

Era primavera, ricordo, e gli alberi del giardino in piena fioritura, così papà e mamma decisero di fare una grande festa all’aperto.

Lui venne con la sua macchina fotografica, una Canon, e fece foto a tutti… seppe intrattenermi con battute scherzose e fu facile lasciarmi andare a qualche confidenza; aveva la battuta pronta, era simpatico, spigliato.

Apro la busta ed estraggo un foglio ormai sgualcito e ingiallito dal tempo: è una lettera. La giro tra le mani, in qualche modo pare scottare ancora e cerco il coraggio per aprirla.

Mi rivedo affondata sulla poltrona di pelle del piccolo studio… il notaio che mi apre la busta e legge. Sento la sua voce risuonarmi nelle orecchie…  parole ferirmi come stilettate il cuore.

Era un martedì di una bella giornata di sole estiva quando suonai il campanello del suo ufficio. Avevo messo un vestito di mussola azzurra a fiori e mi ero truccata con cura. Mi sentivo leggera, come se stessi andando incontro all’appuntamento con un ragazzo. Forse fu il sole di quella giornata, così intenso, o le vacanze prossime con i miei amici al mare, chissà, non ho mai saputo spiegarmi quell’euforia.

L’amore tra me e Jean sbocciò lentamente, grazie alle sue frequentazioni in famiglia, e al tempo che ci dette modo di conoscersi, o almeno così credevo. Io, nel frattempo, mi ero fatta donna, sempre un po’timida e riservata, ma più accorta e decisa.

Cominciammo a frequentarci per un caffè e una chiacchierata al bar, una passeggiata al parco o una gita in bicicletta, e finì che usammo ogni pretesto per incontrarci.

Jean era un trentenne dolce, sensibile, ma nascondeva una anima tormentata, lo capii presto. Quando provavo a chiedergli notizie sul suo passato si chiudeva a riccio e mi dava risposte evasive.

Un giorno mi lasciò nel bel mezzo di una passeggiata solo perché avevo provato a chiedergli notizie sulla sua infanzia.

Questo suo comportamento, insieme ad altri ripetuti nel tempo, avrebbe dovuto farmi riflettere e invece…

Il cuore mi diceva: “va tutto bene, stai tranquilla”, la ragione insisteva con il contrario: “l’amore non può vivere tra i segreti” oppure “no, non devo forzare la mano, no, non devo…” andavo avanti tra dubbi e incertezze senza prendere alcuna iniziativa che potesse chiarirmi le idee e continuavo a farmi travolgere da quell’amore che era diventato importante come l’aria che respiravo.

La scrittura della lettera ha il tratto sottile e nervoso, rileggo:

“Cara Giulia

Ci sono tante cose della mia vita che non sai e non saprai mai. Non riesco a raccontartele in questa lettera e non sono così importanti per te.

Ti ho amato tanto, non sai quanto. Più della luce e della mia stessa vita. Ti chiedo scusa per averti lasciata così, senza una spiegazione. Non riuscivo a guardarti più in faccia. Avevo capito di non meritarti, che eri troppo per me. Ma mi sei mancata tanto.”

Già, mi lasciò. Così di punto in bianco, in una bella giornata di primavera dopo che avevo finalmente trovato il coraggio di affrontare una discussione su quel lato del suo comportamento che mi inquietava.  

Mi pare gli avessi detto pressappoco: “Ci sono troppi segreti tra noi e io non riesco ad andare avanti così, a immaginare un futuro insieme a te, non ce la faccio”.

Quello che doveva essere solo un chiarimento degenerò… le parole si fecero pietre, e poi massi invalicabili. Se ne andò sgommando le ruote della sua auto sull’asfalto.

Continuo a leggere:

“Sono nato in un piccolo paese della Francia, da genitori che non sono stati capaci di amarmi, perché ero il frutto di uno sbaglio di gioventù. Cresciuto solo, appena in grado di camminare, sono stato chiuso in un collegio, da dove sono uscito solo quando, morto mio padre, mia madre mi ha ripreso in casa con lei.

Per me ormai una perfetta sconosciuta e abbiamo preso a litigare subito. Mi sono chiuso in me stesso, diventando un ragazzo difficile e capriccioso.

Apprendere queste verità mi fece molto male, quasi quanto la fine del nostro rapporto che con fatica avevo cercato di superare. La sofferenza ha tanti volti, quella aveva avuto il volto della clausura … e del rifiuto al cibo, mi ero negata agli amici per mesi… studiavo poco, giravo per casa senza concludere qualcosa.

Davanti alla finestra di camera spiavo il vialetto sperando di vedere la sua figura allampanata spuntare dal fondo. Immaginavo il suo sorriso, lo sguardo, i suoi baci, sognavo un ritorno che non ci fu.

Trascorsero i mesi, passò un anno, pian piano ripresi a vivere. Mi tornò l’interesse per lo studio, ripresi a frequentare gli amici e il dolore si affievolì.

“A diciassette anni sono scappato di casa, e non ci sono più tornato.  Diventato l’aiutante di un bravo fotografo, che mi ha preso con sé, ho viaggiato per la Francia. Quando ho imparato a cavarmela da solo ci siamo separati e sono venuto in Italia.”

Nella mia breve vita di cose ne ho viste e fatte tante.

Mi sono perso e ritrovato molte, troppe volte.”

Alzo lo sguardo dalla lettera e ricordo il suo amore per il buon vino, la birra, una o due, quando andavamo al bar, mai però, l’avevo visto ubriaco.

Fumava qualche spinello, questo lo sapevo, ma non in mia presenza. 

“Tu hai rappresentato la parentesi più bella della mia vita travagliata.

Mi hai regalato momenti così speciali che mi sono illuso di poter cambiare ed essere migliore per te.

Purtroppo non ci sono riuscito, e mi sono di nuovo perso.”

La lettera mi chiarì molte cose, al momento strane; situazioni, comportamenti a cui non avevo dato peso, per esempio: il non farsi vedere per giorni lasciandomi sempre priva di informazioni per rintracciarlo, e poi il ricomparire allegro e spensierato con lo sguardo di chi è uscito un attimo per andare a comprare le sigarette.

Mi preoccupavo, pensavo le cose più assurde, poi ricordavo quel sapore d’uva fragola dalle sue labbra sulle mie, quelle carezze tenere sul viso, sul collo, delicate, che mi mettevano fremito in corpo, e superavo ogni cosa.

***

Una mattina, quattro anni dopo la fine del nostro amore, mi stavo preparando per un esame all’università, un corriere mi recapitò un pacco. Dentro trovai il numero telefonico di un notaio e un quadro, quel quadro appeso sulle scale, con i ricordi che sento ancora assiepati nelle pennellate, nei colori, negli odori.

Trovai sorprendente la somiglianza della donna del ritratto con me, e ne fu scossa e colpita. Pensai subito fosse una sorpresa di papà e mamma, ma non capivo il notaio. Qualcosa non quadrava, soprattutto quando poi mia madre mi assicurò di non saperne niente.

Con la dolcezza del tratto, le pennellate d’acquarello sfumate, niente nel quadro era stato lasciato al caso, pareva che il pittore avesse voluto miscelare l’armonia dei colori per far risaltare dolcezza e serenità nel volto della figura ritratta.

“Avevo delle passioni segrete di cui non ti ho mai parlato. Mi scrive.

“Una di queste era l’amore per la pittura. Non te l’ho mai detto perché, se l’avessi fatto, avrei dovuto parlarti anche di un passato che cercavo di cancellare. Ho sempre dipinto, non ricordo quando ho cominciato, forse quando ho imparato a tenere una matita in mano.

Il quadro che il notaio ti avrà fatto avere è il mio regalo per te, l’ho dipinto dopo la festa del tuo compleanno dei sedici anni, ricordi? I nostri primi momenti insieme.

È l’unica cosa che posso lasciarti in mio ricordo. Spero ti piaccia e possa aiutarti a perdonarmi.

Dopo un anno che ci siamo lasciati ho contratto l’ Hiv e quando leggerai questa lettera sarà sopraggiunta la fine per me, ma morirò con l’immagine del tuo volto nella mente e finalmente troverò la pace.

Ti amo mio dolcissimo fiore, ti amo tanto.

Tuo per sempre

Jean”

Ripenso a quello che la vita ha avuto in serbo per me… al giovane incontrato qualche anno dopo che sarebbe diventato mio marito, al nostro amore incondizionato…

a mio figlio… alle nipotine…

Rivedo per un attimo Jean, la sua figura in giardino, il suo sorriso…

“Nonnaaa, Emma mi tira i capelli e non mi fa salire sull’altalena. Nonnaaaaa, ti prego, vieni.”

Sofia grida dal giardino, la sua voce mi richiama al presente. Un gusto amaro sento risalire in bocca. Inghiotto decisa la saliva e controvoglia mi alzo.

Stefania Pellegrini ©

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