Da giorni sentiamo parlare con sempre maggiore insistenza della “terza dose” del vaccino, come se fosse una scontata necessità alla quale bisogna prepararsi. In realtà di scontato non c’è proprio nulla. 

Antonella Viola: La terza dose del vaccino?

Da giorni sentiamo parlare con sempre maggiore insistenza della “terza dose” del vaccino, come se fosse una scontata necessità alla quale bisogna prepararsi. In realtà di scontato non c’è proprio nulla. 

Prima di tutto non sappiamo ancora quanto duri la protezione offerta dalle due dosi (o dalla dose unica nel caso del vaccino di Johnson&Johnson). Gli studi sulle prime persone vaccinate, quelli di Fase 3, sono iniziati circa 9 mesi fa ed è quindi impossibile avere dati certi che vadano oltre questo tempo. Quello che sappiamo con certezza è che, a 9 mesi dalla vaccinazione, le persone sono ancora protette. Con il trascorrere del tempo, potremo pian piano spostare questo termine fino a 1 o 2 anni o magari anche oltre. 

In assenza di dati e con un virus poco conosciuto, lanciarsi in previsioni sembra invece piuttosto complicato, in quanto non conosciamo bene la risposta immunitaria che conferisce protezione all’infezione o, come si dice in termini tecnici, non sono ancora del tutto chiari i “correlati immunologici di protezione”. Certamente il titolo anticorpale è importante, ma se anche nel tempo dovesse calare, questo non significherebbe necessariamente che non siamo più protetti dal nostro sistema immunitario. I vaccini funzionano stimolando la formazione di cellule della memoria, pronte a intervenire e produrre nuovamente anticorpi, qualora dovessimo entrare in contatto con il virus. E’ quindi possibile che proprio la presenza del virus nella nostra vita quotidiana mantenga alto il nostro livello di anticorpi, andando a riattivare il sistema immunitario anche in assenza dei sintomi dell’infezione. Una delle ipotesi più probabili è che proprio la continua esposizione ad un SARS-CoV-2 divenuto endemico, e meno pericoloso grazie alla campagna vaccinale, sia l’elemento determinante per il mantenimento di una sorta di immunità post-pandemica.

Prima di decidere per le terze dosi, bisognerebbe quindi aspettare e valutare i possibili scenari, che dipenderanno anche dalla capacità del virus di mutare. 

Un virus che cambiasse molto nella proteina Spike, quella contro cui si generano gli anticorpi indotti dai vaccini, potrebbe richiedere una terza dose aggiornata, cioè un vaccino a mRNA in cui il codice sia stato modificato per permettere di produrre anticorpi in grado di bloccare le eventuali varianti. La bellezza dei vaccini a mRNA sta anche nella loro semplicità, che consente di modificare rapidamente le informazioni che inviamo al nostro sistema immunitario. In questo momento, però, tutti i vaccini, a ciclo completato, sembrano essere in grado bloccare la malattia severa anche se l’infezione è causata dalle varianti. 

Questo è infatti uno degli aspetti più importanti per la gestione del prossimo futuro: quando saremo tutti vaccinati, se anche il SARS-CoV- riuscisse a superare la prima barriera e infettarci, saremo comunque meno vulnerabili? COVID-19 potrebbe dunque diventare veramente “una banale influenza”? E’ possibile e, come per l’influenza, è possibile che vaccinazioni ripetute nel tempo saranno da consigliare a specifici gruppi di persone che sono maggiormente a rischio di sviluppare una malattia severa o che lavorano in un contesto dove il virus non deve circolare, come gli ospedali e le case di riposo per anziani.  Ma, ad oggi, abbiamo solo ipotesi e, come sappiamo, alla scienza serve tempo per verificarle. 

Per il momento, dunque, aspettiamo a parlare di terze dosi e assicuriamoci invece di garantire l’accesso alla vaccinazione a tutta la popolazione mondiale.  

(Editoriale pubblicato oggi su La Stampa)