In un susseguirsi di giorni, durante i quali ci sottraemmo agli occhi di tutti, ci ritrovammo a condividere il nostro passato e il dolore degli eventi che si erano verificati in quegli anni di non vivere. Deviazione che apparentemente poteva apparire un rifugio confortevole, ma in realtà aveva finito per essere una maturazione e una crescita espropriata dell’essenza più profonda. Il nostro vivere era stato un irragionevole e limitato esistere.
Ciononostante una serie di coincidenze aveva fatto sì che ci conoscessimo da bambini e ritrovassimo da adulti, e, seppur distanti, qualcosa aveva permesso sia a me sia a lui, di non allontanarci mai, né con la testa né con il cuore.
Adesso che ci eravamo ritrovati, esistere, come paradossale digressione della vita, era diventato un ricordo vago del passato.
Ora, era solo vivere.
Le giornate trascorrevano quiete: scandite dal nostro risveglio, dal passeggiare lento fino a giungere in spiaggia, dal chiacchiericcio talvolta rumoroso, chiassoso. E per tutta la vita non mi sarei mai stancata di udirlo, non avrei desiderato altro che guardarlo ed essere guardata, appartenergli e sentire che anch’egli mi apparteneva.
Lui, mio nutrimento, mia linfa vitale: mio cibo, mia acqua.
Ora che ogni distretto della mia mente rifletteva la sua immagine, ero finalmente in grado di assaporare particolari mai notati. Come se la maestosità delle cose mi fosse stata appena rivelata.
Mi era possibile scorgere le delicate dune di sabbia dorata in perenne mutamento e abilmente modellate dall’azione del maestrale, e quando questi muta in vento spietato, piega e inginocchia ginepri dai tronchi storti e contorti. Essi ornano la costa con la loro corteggia grigio argentata, sfilacciata e sbucciata dalla salsedine e dagli stenti patiti a causa di questa terra sabbiosa, arida e spilorcia. Ma i ginepri, come alcuni di noi, non hanno intenzione di darsi per vinti: non si spezzano. Loro si flettono con un non so che di fiero e vigoroso di fronte al furioso vento che gli getta addosso: sferzate d’aria, spruzzi di mare, pioggia e infine sabbia che taglia e ferisce.
Solo adesso ero riuscita a leggere nelle pieghe dei tronchi e nei rami ossuti, il dolore e il desiderio di resistere. A scorgere le loro radici affiorare e riaffondare in ciò che si trasforma in spiaggia, la quale, al pari di uno scampolo di deserto, come una lingua giallo ocra, si estende insinuandosi fin sotto il mare. E prosegue anch’esso, in un immenso moto di continuità, mescolandosi con un cielo inchinato sul suo orizzonte.
Armonioso l’azzurro dilaga e lì il mio sguardo va perdendosi senza meta precisa.
Strano accorgermi soltanto adesso di tutto questo.
Forse, la causa, era l’intensa felicità che albergava in me.
Una felicità fatta di te, amore mio, pensavo, solo di te.
Intanto osservavo Leonardo uscire dal mare e venirmi incontro.

Copertina del libro
Manuela Stangoni