Sdraiato sulla panchina, guarda il cielo, la volta scura è punteggiata di stelle lontane e piccole. Non ha paura di essere solo. I suoi vestiti trattengono tutte le tracce dei suoi passi. E’ sereno: sente di aver fatto la cosa giusta e non se ne pente. Il sonno non tarderà ad arrivare. Il giardino è circondato da lampioni che appena rischiarano con deboli luci. Le insegne dei negozi e del bar sono spente e solo qualche sporadica macchina interrompe con il suo passaggio il procedere silente della notte.

Il motel non era molto distante, gentile il proprietario che lo conosceva e che gli consentiva di utilizzare un ripostiglio per cambiarsi i vestiti dai sudici agli eleganti al mattino e alla sera viceversa. Il portiere lo salutava cortese e lui ricambiava: alla gentilezza ed alla umanità proprio non sapeva rinunciare e non lesinava mai un sorriso ed un saluto a nessuno. Era uscito, come tutti i giorni da un po’ di tempo a quella parte, dal centro specializzato nel recupero delle persone disagiate e abbandonate, dove per tutto il giorno, in veste di direttore e di esperto in relazioni umane, aveva accostato il suo sentire alle dolorose parole di quelle genti provate dalle tante privazioni, confortando e lenendo quelle ferite non con semplici frasi di circostanza ma adoperando tutti gli strumenti di cui può essere capace chi ha già provato lo stesso dolore e la medesima privazione sulla propria pelle. Eppure non sembrava possibile che tutto improvvisamente avesse preso una diversa piega. Tutti quei soldi, praticamente piovuti dal cielo e nelle mani del più umile tra i poveri ed utilizzati nel modo più impensabile. Era tutto raggrinzito dal freddo in quella stessa panchina, solo alcuni mesi prima, il vento che da un lato lo tormentava, sollevando i suoi abiti lisi, dall’altro gli porgeva una inaspettata mano lasciando cadere un insignificante tagliando di una giocata del Superenalotto, solo qualche attimo prima di sentire la voce della speaker, proveniente dal televisore acceso e a tutto volume del vicino bar, declamare i numeri e nell’esatta successione in cui erano impressi sul tagliando che aveva preso nel frattempo in mano. Quello che non sapeva e che non avrebbe mai saputo era da dove era partito quel tagliando. Era finito in terra esattamente nell’altra parte di quella cittadina, durante una retata della polizia che aveva proceduto all’arresto dei componenti di una banda specializzata nelle rapine. In particolare era caduto dalla tasca dei pantaloni di uno dei malviventi, nelle fasi concitate del tentativo di scappare attraverso una uscita secondaria di fortuna, tentata attraverso una finestra sul retro del palazzo e terminata tra le mani dei poliziotti appostati per evitare fughe. Era stato portato via prima che potesse accorgersi che il tagliando gli era caduto. La giocata l’aveva fatta nel pomeriggio utilizzando parte dei soldi frutto della rapina compiuta il giorno prima. Alla ricevitoria aveva seguito pedissequamente i dettami di un foglietto che aveva trovato in mezzo al denaro uscito dal sacco utilizzato per contenere la refurtiva. In esso era scritto chiaramente che i numeri andavano giocati entro quel giorno e che c’era una forte probabilità che sarebbero usciti. Non aveva capito chi lo aveva prima di lui, forse qualche impiegato della banca che aveva rapinato. Era troppo concentrato a tenere il sacco mentre gli impiegati, minacciati con le pistole dei complici ci deponevano i valori. L’impiegato con gli occhiali dietro lo sportello numero due svolgeva con diligenza il suo compito di cassiere ed era molto cordiale con i clienti che si succedevano davanti il vetro. Di certo non si aspettava che di lì a poco ci sarebbe stata l’irruzione dei malviventi. Non mancava molto all’ora di chiusura e non vedeva l’ora di andare alla vicina ricevitoria per giocare i numeri che erano scritti sul foglietto. Davanti le pistole e quel sacco di tela non capiva più nulla e il foglietto si mischiava alle banconote senza che potesse realizzarsi il piccolo sogno che aveva cullato fin dalla sera prima. In pizzeria l’amico ragioniere e compagno di classe delle superiori gli aveva raccontato di avere tra le mani un elenco di numeri da giocare entro il giorno dopo e la sera probabilmente sarebbe diventato milionario. L’unico problema era che per vincere bene occorreva puntare una buona somma che lui non aveva e che non si poteva permettere di distrarre nel gioco. Aveva famiglia e la moglie non gli avrebbe perdonato quell’azzardo se non fossero usciti. Lui invece era single e aveva un buon posto in banca, remunerato con un buon stipendio e tentare la fortuna non gli avrebbe comportato grandi rischi. Il ragioniere prima di dirlo all’amico ci aveva ragionato a lungo. Gli sarebbe piaciuto diventare milionario, avere tanti soldi per le mani e godersi un po’ di agiatezze che la famiglia sulle spalle e il modesto lavoro al CAF non gli avrebbero mai permesso. Alla vecchietta non interessava vincere: con i soldi non avrebbe saputo che farci e non sarebbe vissuta a lungo per spenderli. Aveva sorriso a quell’impiegato del Caf, che non immaginava di ricevere un tale dono anziché la solita scocciatura. Lei aveva appena terminato il suo incredibile racconto e i numeri erano tutti impressi sul foglietto, scritti con decisione e spinta dall’entusiasmo di quella incrollabile convinzione che glieli avesse dettati il marito defunto per farle raggiungere quella meritata agiatezza che la pensione non le consentiva di trovare. Lei stava davanti un mare calmo mentre una grande nave si avvicinava alla riva, accanto a lei il consorte la invitava ad avvicinarsi e a salire sopra senza indugiare. Una volta salpata il viaggio non durava che un attimo. La meta era bellissima: un giardino ricolmo di alberi pieni di frutti e circondati da una luce intensa, vi scorrevano fiumi non di semplice acqua, ma di liquidi tra i più svariati e dai quali era possibile dissetarsi, assaporando le fragranze degli aromi che vi erano contenuti. Non vi era alcun ostacolo che impedisse di raggiungere alcun punto del giardino: su tutti i fiumi erano posti innumerevoli ponticelli attraverso i quali si potevano dolcemente oltrepassare senza quasi compiere alcuno sforzo. Tutte le persone che vi si trovavano erano serene e sorridevano estatiche, guardando avanti e dai loro occhi non trapelavano che sentimenti di gratitudine rivolti unicamente a Colui che li aveva accolti in questo luogo incantevole e dal quale non sarebbero più andate via.

Il sogno era iniziato nel più strano dei modi: un clochard stava disteso su di una panchina e dormiva sereno. Il giardino dove si trovava era deserto, eccettuata la presenza di un gruppo di giovinastri che, ebbri di alcool e sotto l’effetto di stupefacenti, annoiati da una vita ricolma di agiatezze, cercavano emozioni forti, girando la notte per le zone più appartate dove poter commettere nefandezze a spese di altri individui, per i quali non nutrivano alcun sentimento. In mano uno di loro aveva una piccola tanica, piena di benzina, mentre un altro già pregustava di adoperare l’accendino che teneva tra le dita.

Racconto che lo scrittore aveva scritto per partecipare ad un concorso di narrativa nel 2011 (Felice Daneo – Comune di San Damiano D’Asti).

Si tratta di un racconto congegnato in fotogrammi narrativi che si avviluppano in ordine cronologico inverso, mostrando al principio del racconto quello che accadrà, giusto qualche attimo prima della fine…Il racconto non si conclude, ma lascia che il finale possa essere immaginato.

Da: “Racconti piccoli”

Dice lo scrittore: “Avevo immaginato di scrivere anche delle diramazioni narrative che si sviluppavano da alcuni fotogrammi intermedi, per continuare il gioco della scrittura, ma poi l’ispirazione ha seguito altre direzioni e questo racconto è rimasto così, come un piccolo congegno che si avviluppa su se stesso, ogni volta che viene azionato, proprio come un carillon…”

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Bruno Mattu