Ancora un altro tocco con il mascara, ecco ha finito. Si dà un altro sguardo allo specchio e ne è finalmente soddisfatta. Il trucco va bene, i capelli sono pettinati ammodo, la forcina con i brillantini sta ferma e in vista sopra l’orecchio.
Non si vedono neppure le piccole rughe attorno agli occhi.
È pronta per andare al lavoro, si volta e guarda fuori dalla finestra attraverso le tendine ricamate: questa mattina di maggio si presenta fresca e soleggiata. Perfetto, così non dovrà portarsi dietro l’ombrello.
Con uno sguardo radar scorre il suo soggiorno per un ultimo controllo. Sì, può uscire tranquilla, ha riordinato tutto alla perfezione. Prende la borsa, le chiavi e esce di casa. Attraversa in fretta la strada fino alla fermata del bus e attende. Non guarda attorno a sé, non sia mai che il brutto ceffo tatuato che sta lì a due metri creda che voglia dargli confidenza. Mentre aspetta prende la salvietta deumidificata dalla confezione e la tiene in mano.
Arriva l’autobus, sale e non prende posto nonostante ci siano dei sedili liberi. Si posiziona invece vicino alla porta d’uscita e si aggrappa ad uno dei pali con la salvietta a proteggerla dalla sua superficie lurida.
Dopo circa venti minuti scende in centro a Treviso e si disinfetta subito le mani con il gel che tiene sempre in borsa. A passo svelto raggiunge il palazzo antico in via San Nicolò dove è impiegata in uno degli uffici di un ente parastatale.
Oggi le tocca il turno allo sportello, pensa con una smorfia di fastidio. Fosse per lei, passerebbe sempre le giornate da sola al computer a trafficare con le carte. Ma non può fare altrimenti, quindi quando entra nell’atrio fresco del palazzo trecentesco sospira con l’aria di chi deve affrontare con coraggio le quattro ore che la attendono.
«Ciao Marta!» la salutano le colleghe dagli altri uffici.
Lei ricambia, fa un salto alla sua scrivania per controllare la stanza e poi si accomoda dietro il vetro dello sportello. Alle nove apriranno al pubblico, lei deve prepararsi alle richieste più disparate.
Le ore passano tranquille, viene solo qualcuno che ha bisogno di qualche certificato. Marta pensa già di aver scampato il pericolo di rovinarsi la giornata, quando vede entrare nell’atrio due bambini, che parlano a voce alta tra di loro.
Li osserva con aria seria, sperando che notino la sua disapprovazione e si intimidiscano. Ma non la vedono, da dietro il vetro. Entra anche la madre, che con una spalla regge uno smartphone all’orecchio mentre da metà braccio pende una grossa borsa aperta, tenuta da uno solo dei manici, che sbatacchia sulla porta a vetri. La donna tiene la porta con l’altro gomito, per passare, ma ha in mano anche una piccola borraccia rosa e una felpa di uno dei bambini.
Marta è senza parole. La donna riesce ad entrare, saluta la persona con cui era al telefono e, dopo un passo, appoggia per terra la borsa e ci caccia dentro la borraccia, la felpa e il telefono. I bambini si disperdono nell’atrio guardandosi in giro, mentre la madre sta ancora rovistando dentro la borsa.
Finalmente trova un plico di carte, con una grossa orecchia in un angolo. Si rialza sospirando di sollievo e richiama i figli. Li piazza seduti sulla panca di fronte allo sportello e minaccia cose spaventose se oseranno muoversi di lì.
Marta la vede avvicinarsi e il disagio aumenta dentro di lei. Una persona come quella la farà andare fuori di testa.
«Buongiorno, – le dice la donna con l’aria stravolta, ma sorridendo – devo attivare una pratica, ho già compilato la domanda.»
Marta si raddrizza sulla sedia e stringe gli occhi. Sarà costretta a toccare quel plico che non osa neppure immaginare con che cosa sarà stato a contatto, in quel borsone informe.
A malincuore prende le carte che le passa la donna e comincia a scorrere il testo. Quasi con sorpresa vede che la domanda è compilata nel modo corretto. Concede a quella donna di avere un minimo di cervello, dopotutto.
Lascia che il silenzio si appesantisca mentre finisce con calma di leggere tutto, ma con la coda dell’occhio vede il nervosismo nel viso della donna, che continua a girarsi e far gesti ai due figli per farli stare buoni.
Marta comincia a battere al computer, con l’attenzione che la contraddistingue, rileggendo più volte i dati inseriti, ma ormai la donna picchietta con la penna sul bancone, sapendo di dover solo firmare e non vedendo l’ora di andarsene.
La porta a vetri si apre ancora e le due donne si voltano all’unisono verso l’entrata.
«Tesoro, ne hai per molto? Stiamo facendo tardi», dice l’uomo alla giovane madre.
«Non credo, ma porta fuori i bambini che non ce la fanno più a star qua dentro», risponde lei.
Marta è sotto shock. E’ proprio lui. E’ Marco. D’istinto guarda la mano della donna e vede l’anellino dorato che attesta il matrimonio.
Lui si avvicina ai figli, non guarda neppure verso lo sportello, ma Marta non ha più dubbi, è proprio il giovane con cui era uscita un paio di volte molti anni prima.
Marco parla con i bambini, li prende per mano, poi si gira e sorride alla moglie. Per un breve attimo guarda anche la donna che sta al di là del vetro, ma senza dar segno di riconoscerla.
Marta abbassa gli occhi, sgomenta. Non l’aveva più visto da quella volta che lo aveva invitato a casa sua. Lui le piaceva, e molto. Avevano visto un film al cinema una sera e qualche giorno dopo lei lo aspettava a casa per mangiare una pizza insieme.
Si era preparata con cura, con un vestitino nero che le stava bene anche se mostrava un po’ troppo le braccia magrissime. In compenso era molto pudico, non fasciava il suo corpo e non scendeva più sotto del girocollo, come piaceva a lei. A metà della serata però si era accorta che c’era qualcosa che non andava. Lui la guardava perplesso mentre spezzettava la pizza in bocconi piccoli, come lei faceva sempre, tagliandoli con precisione. La conversazione languiva, lei non riusciva a rispondere niente agli argomenti che lui tirava fuori. Forse perché lei non si interessava ad altro che manuali di salute e di ricette, mentre lui cercava di parlare di cinema o di libri.
Al caffè la sensazione che la serata fosse andata male divenne una certezza. Lei gli preparò con amore un angolo del tavolo con un fazzoletto ricamato e piattino e tazzina di un delicato servizio dipinto a mano, a cui teneva moltissimo. Lui era in completo disagio e appoggiò la tazzina con troppa forza. La ceramica resse e non si spezzò, ma lei non riuscì a reprimere uno sguardo di indignazione feroce che lo imbarazzò ancora di più. Marco borbottò qualcosa per scusarsi e se la diede a gambe. Non si era più fatto vivo.
Marta ora lo osserva attraversare l’atrio del palazzo e uscire, con un patimento stringente nel petto. Torna a guardare la donna che ha davanti, la moglie di Marco. La donna disordinata, chiassosa, scomposta che la sta fissando. Si accorge che veste anche in modo non opportuno. Un vestito scollato che fa intravedere il seno, che per una moglie e madre non è proprio adatto, pensa.
Eppure era diventata la moglie di Marco. Forse… forse se anche lei fosse stata così indulgente sul vestire, sulla cura di sé e della casa, forse a lui sarebbe piaciuta di più. Forse tutta quell’attenzione all’igiene e all’ordine aveva allontanato Marco e tanti altri con cui era uscita, invano, in tanti anni. Forse la sua vita sarebbe stata diversa, non sarebbe finita zitella a cinquant’anni con una casa impeccabile e il cuore vuoto.
«Mi scusi, abbiamo finito?» chiede la donna risvegliando Marta dai suoi pensieri.
«Certo. – mormora – Una firma in calce e può andare.»
La donna le sorride e Marta vede che è bella, nonostante tutti i suoi difetti. Le passa la ricevuta stampata e la saluta.
Resta con le mani in grembo a guardare mentre lei ficca il plico dei fogli di nuovo dentro la grande borsa sformata e si affretta a uscire dal palazzo, verso la vita. Verso Marco.
«Marta? Puoi venire qui ad aiutarmi?» si sente chiedere da una collega dal fondo dell’ufficio.
Sospira, vede sul tavolo la boccetta del gel disinfettante e se lo passa sulle mani.
Attraversando la stanza, scuote la testa e ritorna in sé. Tutte sciocchezze, che Marco si tenga pure la sua moglie scostumata e casinista.
Marta raggiunge la collega, l’aiuta riordinare un fascicolo e subito si sente a proprio agio, pensando con soddisfazione all’ordine che avrebbe trovato rientrando a casa.


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