Mi aggiusto la cravatta ed entro nella grande hall del palazzo. Mi sudano le mani, devo star calmo. È solo un colloquio, non rischio la vita, nessuno mi farà niente. E io ho bisogno di questo lavoro, ho finito i soldi, devo pagare l’affitto tra una settimana altrimenti stavolta mi butteranno fuori di casa. Respiro. È tutto a posto, devo solo controllare la mia ansia maledetta. Adesso vado da quella signorina alla reception e le chiederò dove dovrò andare. Mi avvicino piano, guardandomi attorno. È un palazzo ultramoderno, di qualche architetto di moda, pieno di pareti in vetro e roba del genere. Non mi piace un granchè. Io sono più per la casetta di mattoni dei tre porcellini.
«Ho un appuntamento con il signor Taylor.» dico alla ragazza dietro il bancone.
«Lei è Mark Warren, per il colloquio per il posto nell’ufficio contabilità, giusto?»
«Lo accompagno io.» dice all’improvviso una voce femminile dietro di me.
Mi volto e mi ritrovo davanti una donna giovane e bella, con un abito aderente rosso scarlatto. Mi si secca la gola e mi rendo conto di essere rimasto con la bocca aperta come un idiota. Lei mi fa un sorriso e si dirige verso uno degli ascensori. La seguo e entriamo. Lei preme il pulsante 30. Comincio a sentirmi a disagio. Non amo gli ascensori, soprattutto questi con le pareti trasparenti.
«Mi chiamo Jane.» mi dice offrendomi la mano. La stringo e mi presento anch’io.
«Mark. È la segretaria del signor Taylor?»
«Una cosa del genere. Lei è qui per il colloquio, ha del coraggio. Lo sa che il capo è una persona molto esigente? Qualcuno lo ha definito tirannico, in passato. E’ fissato con i dettagli. Spero che non la spaventi con la sua mania di precisione.»
Fantastico, ci mancava questa per aumentarmi l’ansia. Mi concentro sul suo viso per evitare di vedere le case che si allontanano sotto di noi, fuori da questa scatola di vetro.
«Ho bisogno di un lavoro e sono un ragioniere, la precisione dovrebbe essere pane quotidiano, per me. In realtà non conoscevo per niente questa azienda finché l’agenzia non me l’ha nominata.»
Jane mi osserva per qualche istante sovrappensiero.
«Mi sta guardando un po’ troppo fisso, lo sa?» mi dice.
Arrossisco e d’istinto faccio un passo indietro. Sono un cretino, che bella figura che sto facendo. Abbozzo un sorriso incerto.
«Io, mi scusi, non volevo offenderla. È che soffro di vertigini. Non posso guardare da nessuna parte, qui dentro.»
Come per provarle che è vero, mi giro verso l’esterno dell’ascensore. Mossa sbagliata. Siamo già abbastanza in alto e mi viene un capogiro. Mi massaggio la fronte e comincio a mormorare a bassa voce.
«Cosa sta borbottando? Non la capisco.»
«Eh? Cosa? Ah…niente è solo una cosa per calmarmi.»
Questo viaggio verso il trentesimo piano sta diventando imbarazzante. Ovviamente, lei ora vuole sapere di che si tratta. Ha un sopracciglio alzato che non ammette repliche.
«Recito le tabelline.» ammetto senza quasi rendermene conto. Lei è sempre più stupita e io cerco di correre ai ripari.
«I numeri mi calmano, è una specie di mantra. La prego, non lo dica a nessuno. Non è una cosa di cui vado molto fiero.»
Sta per rispondermi, quando all’improvviso l’ascensore dà uno strattone e si ferma. A venti piani d’altezza. Nel vuoto. Sbianco e d’istinto mi schiaccio nell’unica parete attaccata al palazzo. Mi allento la cravatta, ho bisogno di aria.
«Oh accidenti!. – dice lei seccata – Dimenticavo che oggi dovevano venire i tecnici per l’ascensore. Oh non si preoccupi, in qualche minuto si sbloccherà. Devono fare solo dei test.»
«Di-dice davvero?»
Non posso guardare giù, non posso guardare fuori, non posso guardare neanche lei. Mi copro gli occhi con una mano e butto fuori grossi respiri. Mi gira la testa. Sento che Jane armeggia con qualcosa e poi parla con qualcuno. La sua voce mi arriva ovattata.
«Siamo fermi, tirateci subito fuori di qui.»
Mi sembra convincente, spero con tutto il cuore che le diano retta. Comincio ad ansimare. Ad un tratto la sento più vicina che mi parla.
«Mark, mi senti? Andrà tutto bene, okay? Mark, guardami. Mark!»
Riesco a levarmi la mano dalla faccia. Mi sta salendo il panico, accidenti a questo ascensore. Non riesco a respirare bene. Sto sudando freddo. Jane è a pochi centimetri dalla mia faccia, mi afferra le mani con le sue.
«Mark, respira. Così, bravo. Respira. Ci sono io, andrà tutto bene. Tra poco usciamo di qui.»
Le stringo forte le mani, obbedisco. Respiro. La guardo fissa negli occhi. Pian piano ricomincio a tornare in me. Mi accorgo che i suoi occhi scuri hanno delle pagliuzze dorate. È bellissima, realizzo nella mia testa. Io invece ora mi sento un brutto rospo terrorizzato.
L’ascensore ha un piccolo scuotimento e ricomincia a salire. Sospiriamo entrambi. Siamo salvi.
«È andata. – dice lei sollevata – Come stai Mark?»
Le lascio le mani, che sono diventate bianche da quanto gliele stringevo. Annuisco con la testa.
«Meglio, si… Grazie.»
Mi osserva bene la faccia, per capire se è vero. Poi sorride e mi abbraccia. Sono ancora un po’ confuso, mi vergogno come un ladro. Non oso stringerla a me, appoggio appena le mani su di lei.
Un attimo dopo si scosta. L’ascensore si ferma e lei si volta verso le porte. Ad un tratto si trasforma: raddrizza la schiena, si sistema i capelli e il suo viso diventa serio. Appena le porte si aprono si infila spedita verso il corridoio. Tutti la salutano. Io esco tremando da quella trappola infernale e mi appoggio alla parete. Sono a pezzi, come farò ora ad affrontare un colloquio di lavoro? Sarà una catastrofe. Devo andarmene di qui, ma non entrerò di nuovo in quell’ascensore.
Lei si gira per aspettarmi, poi si rivolge ad una ragazza e le dice di portarci un po’ d’acqua.
«Vieni, Mark, da questa parte.»
La seguo in trance, mentre tutti ci guardano. Nessuno chiede come stiamo, dopo che siamo rimasti bloccati in ascensore. C’è qualcosa che non torna. Ma forse sono io che sono esausto. Seguo Jane dentro un ufficio e la vedo sedersi alla scrivania. Arriva la ragazza con una caraffa d’acqua e due bicchieri e poi se ne va. Jane me ne offre uno e bevo, sempre con uno strano disagio addosso.
«Mi dispiace per quanto è successo, non sapevo che soffrissi di vertigini, altrimenti non ti avrei fatto fare la prova dell’ascensore. Ma il lavoro è tuo, benvenuto a bordo.»
«Come? Che significa la prova dell’ascensore?»
«Sono Jane Taylor, Mark. L’azienda è mia. Avevi appuntamento con me, oggi. Sì, lo so, è stato un tantino poco ortodosso come colloquio di lavoro, ma vedere come si comporta una persona sotto stress ti fa capire molto meglio chi si ha di fronte. Inoltre non hai idea di cosa vuol dire essere il capo se sei una donna. Quando un uomo sa che potrei essere il suo superiore, o si sente svalutato o, peggio, si sente autorizzato a prendersi delle libertà. In ogni caso al colloquio di lavoro nasconde se stesso. Con una semplice segretaria, invece, in una situazione di crisi come quella, emerge tutta la sua vera natura.»
Sono agghiacciato. Non riesco a dire nulla.
«Non mi credi? Te lo dimostro. Sei una persona educata, perché sei arrivato in anticipo e ti sei comportato in modo impeccabile. Hai la preparazione che sto cercando, non serviva che tu me lo raccontassi perchè lo sapevo già dal tuo curriculum. Tendi ad arrossire spesso, sei timido, non mi hai guardato mai con intenzioni oblique, quindi so che sei un bravo ragazzo che non farà lo stupido con le colleghe, o con me. E infine, sei stato sincero, hai ammesso le tue debolezze. Vorrei che tu continuassi a esserlo, in futuro. Io mi arrabbio solo quando mi raccontano bugie.»
«Vuoi dire, cioè… vuole dire che era tutto calcolato?»
«Che l’ascensore si fermasse, sì. La tua crisi di panico, no.»
Ripenso all’abbraccio che mi ha dato poco fa e ho un rigurgito di orgoglio, mi sento preso in giro. Mi alzo in piedi irritato.
«Non sono sicuro di volerlo ancora, questo lavoro.»
«Mark, ti ho già chiesto scusa. Tu hai bisogno di questo lavoro. Me l’hai detto tu. E io ho bisogno di un bravo ragioniere. Diamoci una settimana. Se poi non ti troverai bene, potrai andartene quando vuoi.»
La guardo per un po’, indeciso sul da farsi. Mi ha incastrato, accidenti. Lo sa di avere ragione.
«D’accordo. Ma ad una condizione. – le dico – Non voglio mai più salire con te in ascensore.»

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