CHIAMATI A DIO, Don Alessandro Buccellato

Poesie

La poesia è il linguaggio più adatto per dire l’ineffabile, per narrare l’incontro con Dio, con i valori dello spirito che sono sempre esperienza di cose già vissute, ma non ancora pienamente realizzate. E il rapporto con Dio è sempre così: un insieme di luci e ombre, di certezze e di dubbi, è luce e mistero, è luce abbagliante che, paradossalmente, impedisce di vedere, pur sapendo che l’Interlocutore è al di là di questo abbaglio. Così la poesia, come la fede, riesce a dire e non dire, lascia intendere ma dà spazio al mistero e spesso la poesia dice più con i suoi silenzi, con gli ammiccamenti, le intuizioni del lettore che non con ciò che viene espresso chiaramente […].

Don Alessandro Buccellato

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Iniziamo a penetrare il mondo spirituale di Don Alessandro Buccellato con la fondamentale lirica Chi sei tu, Dio mio? («Chi sei Tu, Dio mio? / Che io ti conosca / nella verità del Tuo mistero. / Luminoso e inafferrabile, / mostrati, / e spegni la sete della mia anima. / Che io ti conosca, / mio Dio, / e io diventi esperienza di Te»), dove la struttura monostrofica presenta anche due anafore, ma dove – oltre ovviamente al contenuto – sono i verbi attivi ad essere pregnanti ed incalzanti nel comunicare l’anelito di eterno del poeta: c’è conoscere la verità e il mistero; mostrare, ovvero l’invito a Dio a rivelarsi a lui personalmente; spegnere la sua sete dell’anima; diventare esperienza di Lui. Trovo, nell’urgente desiderio di dissetare l’anima, un parallelo agostiniano: «Tu ci hai fatti per Te, o Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te» (Sant’Agostino, Le Confessioni I, 1, 1). Altresì il verbo diventare richiama trasformazione, transitare da uno stato esistenziale e spirituale ad un altro, quindi conversione: fare esperienza di Dio è proprio del credente che non si accontenta di una adesione razionale ed intellettuale alla fede, ma desidera viverla concretamente, poiché essa è Incarnazione. Ciò racchiude la visione di Dio che, in una notte febbrile di passione religiosa, scoprì Blaise Pascal e che divenne poi la costante del suo credo: «Fuoco. Dio d’Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Non dei filosofi e dei dotti. Certezza. Certezza. Sentimento. Gioia. Pace. Dio di Gesù Cristo…» (Blaise Pascal, Memoriale, lunedì 23 novembre 1654) […].

Enzo Concardi

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Con la raccolta di poesie Chiamati a Dio di Don Alessandro Buccellato ci troviamo di fronte ad un poeta particolare, ad un poeta che è sacerdote, o, se preferiamo, ad un sacerdote che è poeta. Allora ci viene spontaneo accostare fede e poesia e ci chiediamo: «Ma la poesia è preghiera?»; ci risponde lo stesso autore che della poesia dice: «…componimento nuovo, armonia e dolcezza, / …sgorga come sorgente sotterranea, / nuova acqua che zampilla fresca» evidenziando della poesia l’immediatezza della ispirazione. Nella lirica Il fremito confida: «Ho un fremito sublime / che…/ tramortisce la punta dell’anima / dove trovo Lui, / dialogo amo e volo nella sua eternità», e osserva: «È come librarsi». Dunque la preghiera, che è dialogo con Dio, nel fremito che il poeta avverte, ha qualcosa in comune con la poesia: un rapimento estatico; e inoltre in comune ha pure l’atmosfera che l’avvolge: il silenzio della notte. Spesso le poesie vengono di notte ed è di notte che, dice il poeta: «Silenzio! / Cala il buio intorno / e la notte bussa per entrare». Altrove: «Nel silenzio ascolto la voce del mio cuore…/ Aspetto il momento migliore per parlare ad essa; / nella notte è attenta, libera, / può esprimere se stessa / risuonando nel profondo». «Amo stare con te di notte / quando il buio fa tacere ogni cosa / ma non la tua voce» […].

Maria Elena Mignosi Picone

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«Inconoscibile e Beatissimo Dio, / sorpresa d’amore e abisso di dolcezza, / a Te appartiene la mia esistenza / e Ti vedo in moltissimi segni. / Beato chi contempla la Tua Maestà / e mai la comprende. / Beato chi conosce il proprio limite / e mai se ne vergogna. / Mai, Signore, io possa saziarmi di Te, / quando mai accadesse / sarebbe grande la mia rovina» (Inconoscibile Dio), il Signore è sorpresa di amore e di abisso di dolcezza. Beato chi conosce i propri limiti, poiché riconoscere la nostra pochezza terrena significa esaltare la grandezza del Signore. Un canto infinito, plurale, totale che vive di piena dedizione, di esaltante fusione dell’io con la luce dell’Alto. E qui la luce è folgorante, accecante, immensa e tanto forte da creare una scala  che coi suoi gradini porta l’uomo negli abissi spirituali: Maria di Fatima: «Mi perdo nel desiderio / di contemplare il Tuo volto, / Madre! / Il mio cuore si spezza / nel desiderarti / e mi prende un’intima nostalgia, / struggente. / La mia anima cerca, / brama di tornare a casa. / Madre dolcissima, / ogni attimo, ogni lacrima, / momenti eterni / che già appagano/la mia malinconia» […].

Nazario Pardini

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Alessandro Buccellato nasce a Genova il 21 maggio del 1966. Entra nel seminario diocesano, a Genova, nell’ottobre del 1978. Si laurea in Teologia presso la Facoltà Teologica del Seminario di Genova nel 1991. Nel maggio 1992 viene ordinato sacerdote. Consegue la Licenza in Teologia Spirituale presso l’Istituto Teresianium in Roma nel 2000. Attualmente è parroco presso il Santuario della Natività di Maria Santissima a Genova. Ha pubblicato il libro di saggistica religiosa I colori dell’anima (2009) e la silloge poetica Amore e verità (2014).

Don Alessandro Buccellato, Chiamati a Dio, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 80, isbn 978-88-31497-33-6, mianoposta@gmail.com.