Un articolo di Valeria Bianchi Mian | Lettere alla Psicologa | dott.ssavaleriabianchimian@gmail.com

Chi mi segue sa bene quanto io ami le storie. Quanto le narrazioni, poetiche e in prosa, siano parte essenziale del mio lavoro con le persone e nei gruppi, in un intreccio che negli anni ha creato il dialogo con le immagini della vita, dell’arte, dei Tarocchi. Ho conosciuto D. tantissimi anni fa. Studentessa di Psicologia, allora lavoravo come educatrice in un servizio dedicato ai senza fissa dimora. D. aveva una cinquantina d’anni – oggi ne ha quasi settanta. L’ho incontrata ieri, per caso o per sincronicità, perché il giorno prima stavo proprio pensando a lei, al suo volto distrutto dalla paraffina liquida che negli anni si è solidificata rendendola, come dice lei stessa…

Mostruosa

“Il mondo è un disastro: guerre, cattiveria, e i preti p-o-dofili (!), ah, cara mia!”

Una vita senza fissa dimora, D., e poi la casa popolare e quel minimo di invalidità. D. è una transessuale non operata. Ha il volto di un Elephant Man, ha lo sguardo frantumato, la pelle di cemento. Non può più mangiare, non può più muovere la bocca. Le parole escono dagli interstizi tra i denti neri e diventano nenia. Ieri ho notato che il labbro, un tempo morbido e bello, era gonfio, infiammato – ho percepito il pericolo dell’infezione.

Di lei, ho raccontato spesso. Nel blog FAVOLESVELTE. In POESIE AEREE. Ho tenuto il filo della storia di D., insieme a quelli delle donne e delle transessuali che ho incrociato sulla mia strada professionale – come educatrice, allora, come psicoterapeuta oggi.

Cantilena di sputi contro il mondo colpevole di esistere con tutte le sue bruttezze. Lo psichiatra che le dice di “ritornare alle origini” chiamandola “Dario” – ma quando codesto medico ha suggerito ciò? Dieci anni fa? Ieri? Veramente un professionista può aver sentenziato una cretinata simile di fronte a un essere umano devastato, bisognoso solamente di quel minimo di attenzioni e di una cura per l’infezione perenne al volto?
Non si capisce.
Qualcuno le ha gridato “puttana”. Ma chi? E perché? Nella folla lei non può, nemmeno volendo, passare inosservata.

“Mondo malefico, mondo crudele!”

Ultimamente D. mi ha raccontato un sogno. Il sogno, dice, è ricorrente – “Almeno due volte al mese ritorna, Valeria. Che cosa vuol dire?”

Nel sogno, D. ammira il cofanetto di gioie di sua madre. A tratti la madre si confonde con una transessuale deceduta anni fa a causa di un brutto male. Con attenzione estrema D. apre il cofanetto e scorge al suo interno una luce meravigliosa. “Non è il momento… ” – sussurra la madre di D. Evidentemente, c’è ancora dolore e patimento da attendere, accogliere e cucire. Questo tempo del Pathos non è che la vita. E, se l’esistenza di D. è inesorabile e dura, nel frattempo io le dedico un brevissimo racconto un po’ poetico – se così vi pare.

Vado in giro di notte, evito il giorno.

M’aggiro come un topo strisciando lungo i muri

divorando gli angoli della tua città.

Sono Mostruosa.

Sono creatura nera, composizione carnosa –

sono putrida cosa.

Sono orrore che pulsa al ritmo di un cuore lesionato.

Una legione di incubi s’attarda nei meandri sinaptici

dispone le idee

in armata di recriminazioni, rende la vita impossibile

al sonno.

Condannata a tenere gli occhi aperti, io vedo

tutte le brutture del mondo, io vedo

le immagini fissate con gli spilli nella pezza

della mia bambola bambina.

Inevitabile. Legge inesorabile.

La bambina che vorrei essere continua a correre libera

e ride.

La bambina che volevo indossare non smette di dare baci

a suo fratello – lo stesso 

che ha quasi ucciso me di botte, quella volta.

La ragazzina che ho calzato a pennello non è stata

imbalsamata

dalle malelingue, non ha ricevuto in dono gli insulti

puttana

virginale, stolta fanciulla che ha fatto cadere la lampada.

La donna che non sono diventata mi aspetta

oltre la soglia.

Sono Mostruosa, le dico. Sono tua figlia.

Dietro i centomila angoli di buio, finalmente sarà luce.

Finalmente, io – Mostruosa – sarò Meraviglia.”


E ancora, una poesia per D. (che un giorno mi ha permesso di fotografarle le mani).

Alla tua faccia sfatta e agli artigli ben curati
abbini una Madonna delle Sante Capesante.
“Maria, pettina il mio Male in fondo al mare
nel dolore vivo dei sessantadue e passa!
Mancano tre anni e poi andrò in pensione.
Sto in attesa del miracolo nel ventre d’agonia.”

Monca sarà Morte, poiché tu già sei donna
in barba ai maledetti che usano la “O”.

“Ti pare alla mia età dover giustificare?”

In men che non si dica, tu piangi e ridi
e piangi sulla messa in piega del tuo Io.
Mi chiami per un tè al gusto nero kitsch.
Mi vuoi accoccolata nei minimi dettagli.
Dei tuoi Non Compleanni sono io l’Alice
che coglie pezzettini di magico biscotto
e cuoce le tue storie, e cuce i versi sparsi.

#Pride #TorinoPride #LoveIsLove #tarotdramma

TROVI RIFERIMENTI A QUESTO TESTO ANCHE IN: POESIA PER UNA VECCHIA TRANS | favolesvelte (wordpress.com)

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Le mani di D.