Racconto: Luci e ombre, di Stefania Pellegrini

La stella – Edgard Degas

Il piccolo teatro è stracolmo, sulle prime note dello “Schiaccianoci” entri tu, nelle vesti di Clara. La musica ha sempre un effetto stupendo su di te, fin da piccola è stato così. Sembri sognare, e non pensi ad altro che a danzare, danzare soltanto… Sei bellissima nel tutù di tulle bianco, lo sguardo assorto perso verso un punto lontano, i capelli biondi legati in un elaborato chignon, racchiuso in una sofisticata rete azzurra.

Sto riguardando il video che mi ha fatto avere Angelica, la nostra sorellina. Già anche lei è cresciuta, dovremmo smettere di chiamarla la piccolina, così autonoma e indipendente, si è fatta una diciassettenne carina.

È la serata della tua prima. Cerco d’immaginare i preparativi, l’attesa dietro le quinte, i minuti che hanno preceduto l’entrata in scena. Ricordo, le prime volte, com’eri tesa. Mi parlavi di quegli istanti sempre come situazioni di profondo stress: le gambe che iniziano a tremare, la mente che va in tilt, il cuore che prende a battere all’impazzata, poi i dubbi che assalgono, il timore di deludere chi sta guardando, di deludere te stessa e la tua insegnante. Sarà ancora così?

Ballare lo so ti emoziona, ti dà gioia, felicità. L’ho sempre letta nel tuo sguardo quella voglia di salire sul palcoscenico, danzare per gli altri e soprattutto per te stessa. Non so immaginare cosa si provi esattamente, perché a parte qualche saggio di fine anno, non ho mai provato altro. Credo che solo tu possa essere in grado di raccontarlo.

“E’ qualcosa di unico, una volta mi hai detto, ti dimentichi di tutto, senti solo la musica e ti muovi in una dimensione solo tua, come avvolta in una nuvola fuori dal tempo. “

Ecco, le luci si sono spente. Ultimo respiro profondo, adesso tocca a te!!! Cominci a muoverti padrona del palcoscenico. Ora i timori sono scomparsi, il tuo corpo si lascia trasportare dalle note dalla melodia, pensi ai passi successivi, a trasmettere quella che è la tua passione, sempre con un sorriso e un portamento impeccabili. Ti guardo catturata dalla tua leggerezza, dalla bravura, il tuo esile corpo si muove così fluido, sembra librarsi nell’aria come una libellula.

***

Sono qua a Parigi, lontana da te. Un volo, forse, ci avrebbe potuto riunire, ma il piccolo ha pensato bene di ammalarsi. Ha la febbre alta e non me la sono sentita di lasciarlo solo con Jean. A proposito di lui, mi dispiace non ti sia simpatico, e non abbia mai approvato la mia scelta, mi dispiace tu lo ritenga la causa della nostra rottura.

Ancora adesso, dopo quattro anni, non mi hai perdonato. Mi accusi di essermene andata di casa, di aver lasciato la mamma da sola con Angelica, e con papà morto da poco. Ma le cose non sono proprio andate come dici. La mamma me la sarei portata volentieri dietro, se solo avesse voluto, ma ha preferito restare accanto a te e Angelica. Non sono fuggita, ho solo seguito una proposta di lavoro a Parigi e Jean si è trovato in mezzo, lui non ha nessuna colpa delle mie scelte.

– “Ognuno deve seguire la sua strada, se ci crede veramente, qualunque essa sia” – Ricordi, le tue parole?

Hai scelto la danza ed io di farmi una famiglia e di ritagliarmi del tempo per scrivere. Abbiamo preso strade diverse, che c’è di così drammatico? La danza, mi hai detto una volta, è l’unica vera forza attraverso la quale si possono esprimere in libertà le proprie sensazioni, anche quelle che non si riesce a descrivere a parole. Tu non sai, però, quanta ce ne sia nelle parole. Diceva Gabriele D’annunzio: “La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze.”

Scrivere per me è entrare in contatto con la mia parte più intima, è passione, è fantasia, è fonte inesauribile d’emozioni. Quando scrivo il mondo attorno non esiste, entro in un universo tutto mio e le parole fluiscono leggere e armoniche come note musicali.

Credo di aver letto da qualche parte che Alexandre Tairoff abbia detto: “La danza comincia ove la parola si arresta.” Vedi abbiamo in comune più di quello che pensiamo, perché le nostre passioni si accomunano.

Ho provato a spiegarti, mille volte ho cercato, ma non hai mai voluto ascoltarmi, continui ad accusarmi di aver scelto la strada più semplice, di aver mollato tutto per un avvenire più tranquillo e forse monotono, ma tu cosa sai della mia vita?

***

Le ultime note… silenzio… le luci calano… scroscio di applausi, è tutto finito, sorridi ancora. Forse è il tuo sorriso più vero, un sorriso di soddisfazione… questo è tutto per te, è il tuo successo, ce l’hai fatta.

Quanto sudore per quei passi provati, riprovati fino allo sfinimento, per il tempo breve di un’esibizione, ma sono convinta tu pensi che ne è valsa la pena… per la gioia e il trasporto che ne hai ricevuto.

Il grande sogno di ogni ballerina, da quando comincia a muovere i primi passi, è quello di indossare le scarpette di raso con la punta rinforzata. So quanto le hai sognate… ma… sin dal primo giorno quanta sofferenza per i poveri piedi, sono state bolle continue e sangue, ricordo.

Per te, scarpette nuove o finite, non importava, stringevi i denti, mostravi un sorriso e, continuavi gli esercizi. La prima cosa che abbiamo imparato insieme è stato camminare, un passo dopo l’altro. Ricordi? Testa alta, peso in avanti, addominali tirati, mani sui fianchi…. Ma io non avevo tutta la tua pazienza, la tua determinazione.

Per me era forte sofferenza, una tortura!! Ed era, anche per te, una vera e propria tortura, lo so: più gli anni passavano e gli esercizi diventavano impegnativi, difficili, più il dolore aumentava eppure, ti vedevo mostrare soltanto la grazia, la coreografia con un sorriso stampato sulla faccia, come se il tuo corpo fosse stato leggero… una piuma e nulla ti potesse procurare dolore.

Ogni tanto ti domandavo perché lo facessi? E allora mi raccontavi come quelle scarpette rosa ti facessero volare, quanto era bello indossarle e quanto ti sentissi realizzata.

“La danza la devi portare nel cuore, io l’amo” mi dicevi, “invece a te è indifferente. È questo che fa la differenza”.

***

Sto guardando questo video che mi rimanda solo in parte l’atmosfera, il clima, di questa tua performance, lo faccio tornare indietro e lo riguardo, una, due, tre volte, voglio rivedere la luce che sprigionano i tuoi occhi, vederti muovere padrona di quel palcoscenico.
Sono estasiata della tua bravura, contenta per te e come potrei… non esserlo! Fantastico! Sei riuscita a realizzare il tuo sogno, il tuo grande sogno, ci hai creduto e adesso eccoti raccogliere i frutti di anni e anni di sacrifici, di rinunce.
Avevamo cominciato insieme i primi passi, verso i quattro anni in quei corsi annuali di avviamento allo sport. . Per me era iniziato tutto come un gioco, per te invece fu passione a prima vista. Dopo il primo anno ottenesti dalla mamma l’iscrizione ad una vera scuola, l’accademia di danza e fui costretta a seguirti.
Fin dai primi anni tra noi ci fu rivalità, tu arrivavi a casa e raccontavi dei tuoi progressi, degli incitamenti continui che ricevevi dall’insegnante, io invece pensavo ad altro e non mi impegnavo. In famiglia era contenti e gioivano con te, tu sapevi come attirare l’attenzione. All’inizio provai a emularti, ma ormai tu eri la stella di casa e tutti si interessavano a te. Forse ne soffrivo, non ricordo. Poi cominciai a leggere nei tuoi occhi la determinazione, la consapevolezza di essere la più brava. Vedevo gli sguardi di sfida che mi rivolgevi, così il mio impegno non è mai arrivato. Io non amavo mettermi in mostra, preferivo starmene da sola, e spesso me ne andavo in camera a scrivere o a leggere.
Forse è vero, ti ho lasciato al tuo destino, alla tua strada, e posso immaginare quanto sia duro ogni giorno: ore e ore di esercizi, di prove, ma io non ce l’avrei mai fatta, soprattutto non avrei mai retto il confronto.
Ho seguito, come sai, la scuola fin quando la mamma me l’ha imposto, ma anch’io non avevo molto le idee chiare. Che altro avrei potuto fare? In casa si parlava solo di danza. Poi i libri… gli scritti hanno cominciato a occupare tutto il mio tempo, ma questo è accaduto più avanti, quando ormai frequentavo il liceo.
Adesso sono qua lontana a ricordare e a scrivere tutte queste cose di noi.
Che cosa ti scrivo a fare? Mi sei mancata, mi manchi. Mi manca la tua voce… mi mancano la tua forza, i tuoi sogni… mi manca la condivisione. Prendo il cellulare… ti chiamo, e questa volta spero tanto tu non riattacchi. Sono sicura che, anche da lontano, possiamo sentirci vicine.

Stefania Pellegrini ©

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