QUANDO ME NE ANDRÒ, di Gregorio Asero

QUANDO ME NE ANDRÒ

Quando me ne andrò forse qualcuno dirà che non c’era più posto per me. Io che nascevo nel secolo e nel millennio passato, crescevo con le canzoni del mio tempo e ne apprezzavo la musicalità ed i personaggi. Ma crescendo cominciavo a comprenderne, un pochino e da autodidatta, il linguaggio e la simbologia dei nuovi modi di comunicare, anche se non li apprezzavo, perché era quanto di più lontano dai miei pensieri e dalle, soprattutto, mie sicurezze. Ma dovevo in qualche modo cercare di farne parte perché era la nuova realtà. 

Quando ero giovane la verità, la mia verità, era racchiusa in qualche riga di quaderno o nelle discussioni che si generavano nei “convegni” che tenevamo alla Casa del Popolo, (che ossimoro, noi giovani anarchici che ci ritrovavamo alla Casa del Popolo). Allora c’era ancora qualcuno che credeva nella libertà. Oggi nessuno sa che farsene della libertà, stiamo troppo bene nella prigione che ci siamo costruiti, stiamo troppo bene legati alla catena dei “social”. Per dire la verità io non ci sto tanto bene, ma che volete farci anch’io faccio parte del sistema, anch’io sono un peccatore.  C’è da dire che, ogni tanto, cerco di evadere da questa mia prigione leggendo qualche libro o quando ho del tempo da perdere concedendo un poco di compagnia al mio esistenzialismo, filosofeggiando su ciò che è giusto o sbagliato, intendiamoci il mio filosofeggiare corrisponde né più e ne meno a quello che potrebbe fare un ubriacone davanti a una bottiglia di vino, oramai vuota del suo prezioso liquido, e mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se invece di raccontare queste cose su “internet” le avessi raccontate davanti a una platea, faccia a faccia, senza la maschera social che mi nasconde il volto. Avrei cercato di spiegare dal “vivo” come questa società razional-tecnica sia spietatamente autoritaria e come eserciti un controllo discreto sempre più subdolo. Ma questo la gente non lo vuol sentire.

La gente questo non lo vuol sentire, vorrebbe spegnere la voce, come il click del “tasto rosso” quando riattacca alla prima chiamata che riceve dal call center di turno. Temo perché ad oggi “pensiero e critica” non esistono, o meglio, sono qualcosa di travisato e alla gente più non importa, basta seguire gli ordini consumistici perché troppo stanchi per poter aprire gli occhi, se non davanti all’informazione preconfezionata. 

La gente ama applaudire il primo degli stronzi, e che non sarà l’ultimo, ama fare e ricevere applausi e consensi con quel sorriso beffardo, emblema dell’autoritarismo contemporaneo travestito dal pensiero “democratico”. Buttiamoci tra le braccia di chi detta speranza con la scusa della democrazia che parla e che decide per noi.

Non, ci affacciamo più alla finestra per urlare la nostra protesta se non per sventolare la bandiera dell’Italia calcistica. Penso di poter dire che sono stufo di questo sistema fasullo e vedrete se il futuro non convaliderà il mio ragionamento. Temo per le nuove generazioni ed io mi sento al margine di questo agglomerato che puzza, costellato da traguardi illusori che al massimo sfociano nel narcisismo. 

Vorrei tanto avere un cannone immaginario nel mio cortile, e bombardare dal mio castello l’odio, il ricatto, la finzione, di questa nuova libertà e di questa “pace terrificante”. Ho paura di non aver abbastanza coraggio, anzi direi che ho paura per questo vuoto dentro e fuori di me. Ecco il punto: il vuoto che tutte le mattine galleggia nella tazza del mio caffè.

Ecco quando me ne andrò forse qualcuno mi darà ragione.