La poesia come usufrutto

Recensione di “Lettere” di Flavio Almerighi

La cosa “Lettere”                                            

La poesia gestisce il dono di sé, nel duplice segno di un essere verso e di un andare verso qualcosa-qualcuno che, almeno inizialmente, non sa e che non importa sappia se non, forse, solo alla fine. Così la poesia non appartiene e non deve appartenere. Semplicemente rompe il silenzio, anche quello di una coscienza, ed è libera.

Come “essere-verso” il suo dominio sono le “esperienze verbali”.

Come “andare-verso” i suoi sono “percorsi”.

Una delle cose (e delle parole) che nel reale imitano meglio la poesia in questa sua duplice destinazione è la lettera

“dato un fruscio

la lettera s’imbuca,

il calamaio nero

rovesciato su preziosi amori,

cancella ogni coscienza

il cui principio è silenzio” (altre ombre, p.9).

Vorrei affidare all’ eco del fruscio evocato da questi versi, non a caso estrapolati dalla poesia che apre la silloge, il senso delle riflessioni che proporrò sull’ultima opera poetica di Flavio Almerighi, “Lettere” (edizioni Macabor, Maggio 2021), articolata in quattro sezioni: Lettere mai consegnate, Affrancature a carico del destinatario, Lettere d’amore e non, Lettere di Giovanni Sagrini. 

Rispetto ad altri testi di Almerighi, carichi di suggestioni evocative, la finzione poetica di “Lettere” rivela un’ambizione particolare: quella di innescare nel verso una inopinabile concretezza; c’è infatti una materialità che rimbalza immediatamente all’attenzione: la pretesa sembra essere, almeno inizialmente quella dimettere sotto gli occhi del lettore qualcosa, per così dire, di tattile. Quasi a fargli muovere la mano. Una lettera infatti si tiene tra le dita, passa per le mani. Anche di quelle del postino. Ma poiché è il contenuto della lettera che ci sta a cuore, di questa comunicazione tattile per lo più non ci accorgiamo. Così la forma cartacea finisce nel cassetto o nel cestino e oggi per lo più -nell’età della mail e di whatsapp- da nessuna parte.  Resta, però, che fino all’immediato ieri, una lettera non era lettera se non parlava al tatto. A lui anzitutto doveva dir qualcosa… continua su: 

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