Finalmente il grassone che mi sedeva accanto sul sedile si alza. Non ne potevo più di sentirlo sbraitare al telefono, non sono riuscito neanche a finire la pagina e Royan continua a rileggere sul suo quaderno la trascrizione del testo di Taita. E anche io con lei, visto che non avanzo di un paragrafo. Sospiro di sollievo, il tizio sta portando la sua grossa pancia verso l’uscita del vagone, tra un minuto arriviamo a Mestre e credo che scenderà. Mi rituffo nella lettura de “Il settimo papiro”, libro che adoro soprattutto dopo tre ore di lezione di storia contemporanea. Mi rimette a posto l’orologio interno sull’antichità.
Sento un tonfo proprio nel sedile accanto a me, uno zaino scolorito e sformato è stato appena gettato con mala grazia. Sollevo uno sguardo scettico e resto fermo come un baccalà. Una ragazza. Una bionda e angelica ragazza mette qualcosa nella cappelliera e sta planando di fronte a me. Mi degna di un’occhiata appena per un istante, poi tira fuori un libro dallo zaino e si mette a leggere. Ehi, un momento. No, ma è incredibile, sta leggendo anche lei “Il settimo papiro”! Mi esce un sorriso idiota e mi rimetto il libro davanti. Il mio cervello frigge. Devo attaccare bottone, quando mi ricapita un’occasione del genere? Ma, dico, lo stesso libro, la stessa edizione… E la pagina… Uhm così a guardare lo spessore delle pagine credo sia più indietro rispetto a me.
Cosa posso dire? “Anche tu eh?” Penoso. “A che pagina sei?” Uhm, non mi convince. Le rotaie scorrono implacabili e ormai siamo fermi a Mogliano. La solita confusione del cambio dei passeggeri, poi ripartiamo, ma io ancora non ho deciso cosa dire e lei continua a starsene col naso tra le pagine. Uffa, devo darmi una mossa, ho solo dieci minuti. L’orologio scandisce il tempo mentre io fisso la ragazza sperando che accada qualcosa. Sono un pappamolle, ecco la verità. Me la faccio sotto dalla paura che lei mi mandi a quel paese. Sospiro sconsolato, mentre ci stiamo per fermare a Preganziol, l’ultima fermata prima di Treviso, dove scenderò e tornerò alla mia grigia vita da studente universitario single e secchione.
Un movimento vicino a me riscuote il mio torpore vittimista e con sgomento vedo che la bionda, la mia bellissima compagna di viaggio si è alzata e sta sistemando lo zaino. Butta fuori un sospiro seccato e mi guarda.
«Mi aiuti con il trolley?»
Scatto in piedi come una molla e le tiro giù la piccola valigia. Resto lì in piedi vicino a lei senza parlare. Devo essere rosso su tutto il collo, le guance e il naso. Certo, è per quello che sta sorridendo con un sopracciglio alzato. Sono proprio un disastro.
«Ciao», mi dice prima di sparire di corsa verso l’uscita. Mi risiedo sul mio sedile e riprendo il libro che ho buttato da parte per alzarmi poco fa.
Apro seguendo la fessura del segnalibro e riprendo la lettura. Ma questa parte l’ho già letta, che strano. Mi accorgo al tatto che il libro è liscio e rigido come fosse nuovo, mentre il mio è morbido e pieno di pieghe sulla copertina. Lo guardo e lo riguardo da tutti i lati. Eh no, non è il mio. Prendo in mano il segnalibro, e non è quello con il faccione di Leonardo da Vinci ma c’è una frase di Kierkegaard.
Apro la prima pagina, dove scrivo sempre il mio nome e vedo invece un numero di telefono e un nome: Anna.
Deve averlo scambiato quando ero occupato col trolley. Scaltra la ragazza.
Mi alzo veloce e abbasso il finestrino, mi sporgo e guardo le persone sul marciapiede, il treno già scorre piano sulle rotaie.
Eccola, cammina con i capelli lunghi mossi dal vento caldo di giugno. Alza la testa e mi guarda. Sorride con l’aria di chi la sa lunga. La saluto e poi faccio il gesto con la mano di chiamarla al telefono.
Anna scoppia a ridere e io sono in paradiso.

Da “Un libro per due”, blog di Rosanna Boaga