“In questa squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire […] Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra , consapevoli del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo significa essere una squadra, signori miei”.

Ogni maledetta domanica – Al Pacino.

Il calcio, signori, è tutto qui.
Abbiamo cominciato questo cammino da sfavoriti. Nessuno avrebbe scommesso un euro sull’Italia. Quando sul campo giocano dei talenti come Mbappé, Benzema, Pogba, Sterling, Kane, Pedri, Gnabry, giocatori pericolosi anche quando dormono, vere e proprie spine nel fianco delle difese di tutto il mondo, come si fa a credere che l’Italia possa competere? Ma gli italiani non hanno imbracciato la coppa grazie a due singoli. Gli Azzurri sono un totale di una somma, sono un gruppo che si è creato con il tempo, con il lavoro, il sacrificio, la fiducia. Lo abbiamo dimostrato da subito, dalle prime tre partite contro la Turchia, la Svizzera e il Galles. Dicevano di noi che non saremmo andati oltre. L’Italia non piace come squadra, non andrà lontano. Ma quando un gruppo sa di cosa è capace, quando riconosce il suo valore e il lavoro svolto in tutti questi anni, le frecciate intimidatorie non scalfiscono. Non sono che un tocco di piuma su una corazza. Così anche l’Austria, il Belgio e la Spagna hanno dovuto fare marcia indietro contro la tenacia e lo spirito degli Azzurri.

Se volessimo, potremmo definire i migliori. Ma ce n’è veramente stato qualcuno? La coppia bianconera Giorgione Chiellini (il nostro capitano) e Leonardo Bonucci (gol del pareggio in finale) è stata monumentale. Ogni occasione era buona per dare manforte ai compagni, spronarli, al fine di garantire la concentrazione, la grinta, necessari ad arrivare vittoriosi alla fine. Spinazzola e Di Lorenzo che si sono spesi dalla prima all’ultima partita, purtroppo per Spina terminate in anticipo causa infortunio, con una dedizione e uno spirito di sacrificio insuperabili. L’amicizia, il calore e l’affetto dimostrati dalla squadra al compagno Spinazzola, prima negli spogliatoi, poi sul pullman, sui social, in campo, alla cerimonia di premiazione: questi sono i gesti che rendono una squadra vincente, a prescindere dal risultato. Questo è ciò che rende il calcio uno sport ammirevole. Dal motore della squadra, Jorginho, che ci ha portati in finale con l’ultimo rigore calciato dopo un respiro che rieccheggia ancora nello stadio, e che possiamo perdonare per aver sbagliato contro l’Inghilterra. Fino ai giovani Barella, onnipresente e dai polmoni d’acciaio, Pessina, una piacevole sorpresa, Locatelli, prima doppietta della sua carriera agli Europei, ai piccoli ma grandi Verratti e Insigne, ‘o tiro a giro, che ci ha fatto urlare dai balconi al capolavoro con il gol contro il Belgio. A Berardi e Bernardeschi, un po’ in sordina, ma utili tra assist e rigori decisivi; a Immobile e Belotti, con partite di sacrificio e determinazione. Che dire di Federico Chiesa, il più pericoloso dei nostri. Fantasia, carattere, intraprendenza. Donnarumma, per aver parato di tutto, soprattutto i rigori che ci hanno permesso di portare a casa la coppa. Tutti, dal primo all’ultimo, hanno dimostrato che non serve avere un cartellino da otto zeri per essere dei campioni, che la vittoria può essere lo stato mentale di ognuno di noi, anche degli sfavoriti. Basta impegnarsi, lavorare sodo, crederci.

Abbiamo mantenuto la schiena ben dritta, il petto in fuori, l’orgoglio che ci lacrimava dagli occhi anche sotto i fischi di Wembley. Abbiamo cantanto l’inno di Mameli con le braccia intorno alle spalle di chi ci stava accanto, condividendo il calore umano e l’afa dell’estate italiana, pronunciando ogni parola consapevoli del significato che esso racchiude da anni, ci siamo stretti a coorte e abbiamo gridato all’Europa che eravamo pronti alla morte, che l’Italia aveva chiamato e che ci saremmo stati. Ci abbiamo creduto fino alla fine, sui bordi delle sedie e dei divani, davanti al televisore, con il fiato sospeso quando la palla usciva di poco, con un sospiro di sollievo quando gli avversari sbagliavano. Abbiamo gioito durante i gol, sudato come se fossimo stati noi, cittadini italiani, in campo, con l’adrenalina in corpo e il cuore a mille.

Ci siamo inteneriti davanti all’esultanza contenuta del Presidente Mattarella. Ci siamo commossi alle lacrime di Mancini, l’uomo che è riuscito a rendere possibile tutto questo, consolidando il gruppo e investendo sul potenziale di ognuno. Sembrava quasi che dicesse, prima dell’esordio, facciamolo per l’Italia, per dare un sorriso a chi in questo anno e mezzo ha sofferto, non ce l’ha fatta, ha perso il lavoro, ha perso dei cari. Facciamolo per i bambini, per gli anziani, per gli uomini e per le donne, per ogni singola persona che si è sentita smarrita durante questa pandemia. Facciamolo per loro. L’Italia chiamò. Abbiamo risposto con forza, gridando quel “Sì!” al termine dell’inno italiano, sovrastando più di 60.000 fischi inglesi. Fischi che poi si sono spostati, alla fine della partita, verso i ragazzi in maglia bianca colpevoli di aver sbagliato i rigori.

Gli inglesi si sono rifiutati di indossare la medaglia d’argento, riconoscimento più che degno, perché ferisce non essere il numero uno, ma come si può pensare di voler diventare i numero uno se non sai accettare la sconfitta? Il numero due è degno, inglesi. Lo siamo stati spesso, noi, e non solo sul campo. Ma è per questo che ora siamo sulla vetta d’Europa.

Grazie Azzurri, per tutto. Grazie per averci fatto dimenticare cosa siano la destra e la sinistra, per averci fatto sentire uniti.

Ora l’unica cosa che resta da fare è ciò che non abbiamo potuto fare per più di un anno e mezzo, abbracciarci forte e volerci tanto bene.

Simone Sciamè