“Desideri di un padre”

Sono seduto su questa panchina e aspetto mio figlio.

Verrà, ha detto che verrà, oggi ho un anno in più, ha detto di aspettarlo che verrà, mi porterà una sorpresa.

Già da ore, la dolce brezza che mi riscaldava, si é trasformata in un gelido venticello che mi ghiaccia le ossa e come sempre, tiro su il bavero della giacca, per ripararmi.

Devo resistere, non posso andare via proprio ora, sono qui che lo aspetto, dovrò aspettare ancora poco, sì, lui me lo ha promesso.

E’ buio ora, la sera é scesa in fretta, mi devo essere appisolato, non mi ricordo di aver dormito, guardo i passanti frettolosi, che mi scrutano con aria interrogativa, come per dirmi che loro vanno a casa, ed é tempo che ci vada pure io.

Cerco con lo sguardo la figura agile di mio figlio, quanto lo amo questo mio figlio che ho generato, lo amo, perché é carne della mia carne, ma non lo vedo mai, sarà venuto, e non mi ha trovato.

Può darsi che sia stato impedito da un contrattempo, con il suo lavoro che fa in un’altra città, é difficile per lui spostarsi, può aver avuto un impedimento dell’ultima ora, e non ha potuto avvertirmi, si dev’essere andata così.

Mi alzo con fatica, gli acciacchi si fanno sentire, mi appoggio con il bastone, per avere un sostegno, si accorgerà che ho avuto un’intervento all’anca, dovrò raccontargli che sono sotto cure.

Dovrò raccomandargli di venire con il piccolo, quanto desidero vederlo, il mio nipotino sarà cresciuto, non riesco a ricordare quanti anni ha.

Dovrò dirgli che la sera non mangio molto perché non ho fame, solo una tazza di latte, con qualche biscotto, e devo impedirgli di aprire il frigorifero, altrimenti si accorgerà che é pieno di niente.

Dovrò farmi vedere allegro, così mi deve ricordare, non voglio che abbia pietà di me.
Però ora devo andare, tutto é buio, la strada é lunga. Domani, senz’altro verrà domani, lo aspetterò ancora, mi telefonerà, sì, forse mi telefonerà. . .

Rosa Cozzi

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